Le Beatitudini secondo Matteo (Mt 5,1-12)

 

Giuseppe Pulcinelli

 

 

Introduzione

I destinatari che ha in mente l’autore del Vangelo di Matteo

Il Gesù che parla nel DM, il contesto matteano

Struttura delle beatitudini

Mt 5,1-2

Le Beatitudini come genere letterario

Le singole beatitudini

Riflessioni conclusive

 

 

Introduzione

 

Non si rischia di sbagliare affermando che il Discorso della Montagna[1] (d’ora in poi DM), cioè i capp. 5-7 del Vangelo di Matteo, è nella storia del cristianesimo la sezione del NT (e di tutta la Bibbia) più letta e commentata; S.Agostino ad esempio vi vedeva “il riassunto di tutto il Vangelo”; altri l’hanno definita la “Magna Charta del Cristianesimo”; al suo interno troviamo infatti – oltre al brano delle Beatitudini – quegli elementi più noti e ‘tipici’ della predicazione cristiana per cui essa è conosciuta e apprezzata anche da non cristiani o non credenti: la presentazione della giustizia superiore, l’amore verso i nemici, il Padre Nostro, l’invito a non giudicare, la regola d’oro, ed altri ancora. Se volessimo dare un titolo breve al DM potremmo scegliere quello che contiene le due parole in esso più pregnanti e ripetute: “la giustizia del Regno dei Cieli”[2], a questo potremmo aggiungere noi, già dopo una sua prima lettura, il sottotitolo: “lo statuto del discepolo di Gesù”.

Il nostro approfondimento riguarderà soltanto il testo delle Beatitudini, anche se sarà necessario descrivere almeno brevemente il contesto in cui ricorre.

La Chiesa sapientemente ci fa leggere e meditare questo testo più volte durante l’anno, nella versione di Mt o in quella lucana (Lc 6,20-26)[3]: e non si sbagliano tutti quelli che di tanto in tanto ritornano a questo testo innanzitutto per avere un incoraggiamento, per sentirsi dire dal Signore che la nostra felicità è a portata di mano, e poi per verificare il proprio cammino personale, familiare e comunitario di sequela del Signore, chiedendosi in che modo si può assimilare e cercare di praticare lo stile di vita contrassegnato dalle altissime esigenze espresse in tale proclamazione solenne.

A questo proposito accenniamo alla questione che sorge ogni volta si legge una parte del vangelo come il DM (o già le stesse Beatitudini), un testo tanto esigente da apparire a tratti impraticabile. Una certa interpretazione, soprattutto in ambito protestante ha elaborato perfino la teoria del ‘precetto impossibile’: tali esigenze irrealizzabili avrebbero cioè la funzione di mostrare all’essere umano la sua incapacità a salvarsi da solo e spingerlo quindi a puntare unicamente sulla salvezza gratuita. Accanto a questa teoria ce ne sono anche altre (cf. l’interpretazione escatologica: il DM sarebbe una sorta di ‘etica ad interim’ dal momento che il Regno di Dio non è tanto una realtà etica quanto soprattutto un evento escatologico); diciamo che nel corso e ricorso delle ipotesi, soltanto le interpretazioni che hanno ammesso la praticabilità per il cristiano del DM hanno mantenuto una rilevanza, e questo a partire della lettura che ne facevano i padri della chiesa. In ogni caso vale anche qui – e più che mai – le regola della progressione, del movimento in divenire della vita morale: la nuova vita che Gesù presenta e propone ai suoi discepoli non si pone nell’ottica della ‘legge’ quando piuttosto in quella del progetto, del cammino da compiere con la sua grazia (cf. Mt 5,48: “sarete [fut. ésesthe] voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”).

Allo stesso tempo il voler accogliere in tutta la sua radicalità queste parole non significa che non bisogna adoperarsi, anche con una corretta esegesi, per risalire in più possibile all’intenzione dell’autore, accorgendosi ad esempio che certi modi di esprimersi in modo paradossale, a volte iperbolico, ricco di immagini, fanno parte della cultura orientale e non vanno applicati alla lettera come sarebbe portata a fare una lettura fondamentalista (cf. 5,29-30: “Se il tuo occhio… / se la tua mano… ti è occasione di scandalo, cavalo / tagliala…)[4].

 

 

I destinatari che ha in mente l’autore del Vangelo di Matteo

 

Vari elementi concorrono nel far ritenere che la comunità cristiana alla quale è diretto questo vangelo sia nella stragrande maggioranza di origine giudaica (cf. la presenza dei temi tipici del giudaismo, come la Legge, la giustizia, le pratiche religiose, le promesse messianiche, ecc.; ma già il linguaggio, carico di semitismi e l’uso di forme letterarie tipiche, come il midrash e l’argomentazione rabbinica, costituisce un importante argomento).

In particolare, nel DM si possono intravedere due sottolineature che possono risultare anche in una certa tensione tra loro, e che proprio per questo ci possono suggerire quale poteva essere la fisionomia dei destinatari del DM (ma anche complessivamente di tutto il Vangelo). Da una parte si può segnalare il forte richiamo all’importanza della Legge: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5,17)[5]. Quindi si può ragionevolmente supporre che tra i destinatari c’era chi, magari richiamandosi direttamente e forse troppo superficialmente o in modo pietistico-intimistico alla fede in Gesù, era portato a svalutare e trascurare i comandamenti della Legge.

D’altra parte si mette in guardia chi – forse sono questi più che i precedenti che si hanno di mira quando verso la fine si parla dei “falsi profeti” (cf. 7,15-23) – vorrebbe ridurre il ruolo di Gesù ad una figura messianica che si limiti a riproporre, magari con forza profetica e segni potenti, unicamente l’osservanza della Legge giudaica (cf. Mt 5,20: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”; cf. anche Mt 23,1-33), e magari si sente portato ad escludere i gentili incirconcisi dalla comunità (cf. in questo senso il testo del giudizio finale, Mt 25,11-46, e la finale in 28,19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”).

Quindi Matteo reagirebbe per così dire di fronte agli eccessi che venivano da questi due fronti, in qualche modo gli uni svalutavano, gli altri sopravvalutavano la Legge.[6]

 

Più generalmente possiamo dire che gli uditori che ha in mente Matteo riportando questi insegnamenti di Gesù sono persone che già hanno aderito al Regno, e quindi sono entrate in un cammino di discepolato-sequela (ciò non esclude siano utilizzabili anche nel primo annuncio o nel dialogo con i non credenti); se tali insegnamenti appaiono tanto esigenti per chi ha già scelto Gesù come maestro e salvatore della sua vita, tanto più duri e forse ‘impossibili’ saranno per chi volesse metterli in pratica con le proprie forze, come precetti di etica ‘naturale’ unicamente per avere un riferimento su come si debba vivere saggiamente sulla terra (in questo senso potrebbe essere accolta almeno nella sua bellezza, se non nella sua praticabilità, la cosiddetta ‘regola d’oro’, sintesi di tutto il DM, Mt 7,12: “Quanto dunque desiderate che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi ad essi. Questa è infatti la legge e i profeti”).

 

 

Il Gesù che parla nel DM, il contesto matteano

 

Seguendo il filo della narrazione nei primi 4 capp. di Mt si delinea già il ritratto di Gesù che l’evangelista intende presentare; si tratta soprattutto di colui che realizza le promesse antiche, quelle fatte ad Abramo e a Davide (cf. Mt 1,1), e nel quale si compiono anche gli annunci profetici (cf. 1,22-23; e soprattutto il ritornello in 2,15; 4,14, ecc.: “ciò avvenne perché si adempissero le Scritture”); di cui è già stato detto spiegando il suo nome che “salverà il popolo dai peccati”; è colui sul quale è già sceso lo Spirito santo e su cui il Padre ha posto la sua compiacenza (3,16-17); è colui che ha affrontato e superato le tentazioni del maligno (cf. 4,1-11); colui che ha già iniziato ad annunciare il regno di Dio e lo rende presente con la sua potenza, chiamando i primi discepoli, e guarendo gli infermi (cf. 4,17-23).

Ora l’evangelista si accinge a dipingerlo mentre pronuncia il suo primo grande discorso-catechesi ai suoi discepoli (questi i destinatari in Mt 5,1; poi alla fine del discorso ci si accorge però che c’erano anche tutti gli altri: “Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite della sua dottrina”, 7,28).

Abbiamo qui il primo e il più ampio dei cinque grandi discorsi di Gesù nel vangelo di Matteo; in quanto tale ha valore di presentazione programmatica dell’evangelizzazione di Gesù, un ruolo paragonabile al brano lucano di Gesù nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-21). Gli altri discorsi, che secondo vari esegeti costituiscono con quello – alternati a narrazioni - anche una sorta di ossatura di tutto il Vangelo, sono quello cosiddetto ‘missionario’ al cap. 10, poi quello sulle parabole al cap. 13, quello cosiddetto ‘ecclesiale’ al cap. 18, e infine quello di tenore escatologico ai capp. 24 e 25[7].

All’interno poi del DM, cioè i capp. 5-7, dopo l’introduzione (5,1-2) abbiamo le Beatitudini con il detto sul sale e la luce (vv. 3-16), il compimento della legge (vv. 17-19); la giustizia superiore (vv. 20-48); la giustizia compiuta nel segreto davanti al Padre (6,1-18; il Padre Nostro ai vv. 9-13: il posto centrale nella struttura del discorso![8]); dove orientare la ricerca di ricchezza, e fiducia nella provvidenza (6,19-34); varie sentenze (7,1-5: non giudicate!) con il culmine della regola d’oro (7,1-12); le due strade (7,13-27: due tipi di profeti e di frutti, due specie di discepoli, due tipi di case); conclusione (7,28-29): un insegnamento fatto con autorità.

 

 

Struttura delle beatitudini

 

Esaminando attentamente il testo ci accorgiamo della presenza della figura retorica dell’inclusione, cioè un elemento che ricorre nella prima e nell’ultima: “perché di essi è il Regno dei Cieli”: questo oltre a fornire un motivo per delimitare e staccare la nona beatitudine dalle altre (altro indizio è il passaggio dalla terza persona plurale alla seconda, inizio di un discorso diretto: “beati siete voi…”; Lc invece resta sempre alla seconda plurale[9]) ci indica la sottolineatura particolare del Regno dei Cieli data da questa ripresa finale.

A metà poi, nella quarta beatitudine, compare il termine ‘giustizia’ ripreso dopo nell’ottava: termine chiave nel DM (cinque volte), che qui permette di dividere le Beatitudini in due strofe: nelle prime quattro si può notare che sono costruite prevalentemente in modo antitetico: poveri / regno; afflitti / consolati; affamati / saziati; inoltre ad accomunarle è una connotazione più passiva e omogenea (poveri/afflitti/miti/affamati).

Le altre quattro evidentemente presentano una connotazione più attiva (la quinta beatitudine in più è costruita in consonanza: misericordiosi / misericordia): misericordiosi, puri, facitori di pace, praticano la giustizia e per questo sono perseguitati.

 

 

Mt 5,1-2

 

5,1: “Vedendo le folle, salì sul monte

e messosi a sedere si avvicinarono a lui i suoi discepoli.

2 Allora aperta la sua bocca insegnava loro dicendo”.

 

Ecco l’inizio del DM che fa da introduzione immediata anche al testo delle Beatitudini. Non è certamente casuale che il DM cominci proprio con le Beatitudini: esse rappresentano come l’atrio di tutto il discorso: lo aprono e ne determinano in qualche modo tutto il tono, lo spirito.

C’è il raccordo con il sommario precedente (4,23-25), al v. 1 il soggetto è sottinteso e continua ad essere lo stesso (il nome Gesù per ritrovarlo bisogna risalire indietro a 4,17).

I primi due versetti sono un’introduzione, un prologo molto solenne, da momento fatidico, fa capire che si sta per pronunciare un insegnamento fondamentale.

Si parla del ‘monte’ con l’articolo, quindi un monte preciso in Galilea, da identificare con qualche altura nella regione collinosa intorno a Cafarnao (cf. anche 14,23; 15,29); molti esegeti propongono il paragone con Mosè che sale sul monte Sinai per poi far conoscere al popolo la Torah, i comandamenti; certamente l’evangelista più volte nel suo scritto propone degli accostamenti a Mosè (cf. alcuni tratti nei vangeli dell’infanzia, la trasfigurazione, ecc.), ed anche in questo caso si può intravedere un’allusione al grande condottiero d’Israele, ma sarebbe troppo restrittivo applicare a Gesù semplicemente il ruolo di un nuovo Mosè che presenta una nuova Legge: se questo fosse stato l’intento l’evangelista avrebbe sicuramente portato altri riferimenti più chiari, oltre al semplice ‘monte’. Il riferimento più forte è invece nella menzione della Legge: il Gesù di Mt non propone una nuova legge, piuttosto in qualche modo assume e valorizza quella di Mosè, la porta a compimento, non nel senso che finisce con lui, ma piuttosto che raggiunge il suo pieno sviluppo e fioritura totale (questo è il senso in 5,17 del verbo plêroô).

“messosi a sedere”: il maestro insegnava sempre stando seduto; “si avvicinano i discepoli”: sono i destinatari immediati (ma vedi anche le folle menzionate in 7,28); “apre la bocca”: esprime tutta la solennità (cf. Gb 3,1; Mt 13,35); “si mette ad insegnare”: il discorso ha la caratteristica dell’insegnamento, una delle componenti fondamentali del ministero di Gesù (oltre a predicare e a guarire, cf. 4,23).

 

 

Le Beatitudini come genere letterario[10]

 

‘Beati’, in greco makárioi, si ripete nove volte fino al v. 11; le beatitudini sono perciò chiamate anche ‘macarismi’; makários significa ‘felice’, ‘fortunato’, ‘beato’ – è un termine che nella LXX (tot. 73 volte, 42 se si tolgono i libri deuterocanonici) traduce generalmente l’ebraico ’ašrê (presente 45 volte nel Testo Masoretico); famose quella con cui comincia il salterio (Sal 1,1): “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi”; oppure: “Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato” (32,1); “beato l’uomo che in te confida” (Sal 84,13).

Oppure nel libro dei Proverbi: “Beato l’uomo che ha trovato la sapienza” (Pr 3,13); “beato chi osserva la Legge” (29,18); ecc.

Nell’AT appaiono soprattutto nei Salmi e nei libri sapienziali; ma a volte anche nei libri profetici e apocalittici; semplificando un po’ si può dire che nei primi si insiste soprattutto sulla beatitudine di coloro che osservano la Legge (o cercano la sapienza) e sul conseguente benessere terreno (orientamento parenetico); nei secondi vengono proclamati beati coloro che si trovano in una situazione di mancanza o di disgrazia: a questi viene promessa una salvezza prevalentemente escatologica (l’intento è quello di infondere speranza).

 

Anche nella letteratura di Qumran c’è una presenza non trascurabile di macarismi (soprattutto di tenore sapienziale); un testo emblematico è quello di 4Q525 2 II, 1-6, che presenta una forte analogia con quello di Mt 5,3-12 sia per la ripetizione che per il numero (9 beatitudini, di cui solo le ultime 5 sono conservate):

[Beato chi dice la verità] con cuore puro

e non calunnia con la propria lingua.

Beati quelli che si attaccano ai suoi decreti

e non si attaccano a comportamenti peccaminosi.

Beati quelli che gioiscono in essa

senza spargersi sulle vie della follia.

Beati coloro che la cercano con mani pure

e non la ricercano con cuore astuto.

Beato l’uomo che tocca la Sapienza,

progredendo nella legge dell’Altissimo

regolando il proprio cuore secondo le sue vie,

attenendosi alla sua disciplina,

compiacendosi sempre dei suoi rimproveri,

senza abbandonarla nella pena delle [proprie] sventure

senza lasciarla nel tempo dell’angoscia,

senza dimenticarla [nei giorni della] paure,

per l’umiltà della propria anima, senza rimproverar[la]…

(cf. anche 4Q185 I,2; II, 8.13).

 

In alcuni apocrifi dell’AT, ci sono esempi interessanti, come nell’Enoch Slavo[11], che ha una serie di sette beatitudini:

Beato è colui che teme Dio e lo serve… Beato è colui che giudica con giustizia e aiuta l’orfano e la vedova e chiunque è oppresso, chi riveste gli ignudi e dà il pane agli affamati. Beato è colui che si allontana dalla via errata e cammina sul retto sentiero. Beato è colui che sparge il seme di giustizia, poiché raccoglierà il settuplo. Beato è colui in cui c’è verità… Beato colui che ha misericordia e mitezza sulla bocca. Beato colui che comprende le opere del Signore e glorifica il Signore Dio[12].

 

Naturalmente queste di Mt 5 non sono le uniche Beatitudini presenti nel NT: se ne contano circa una trentina diverse (50 ricorrenze del vocabolo in tot.), per limitarsi a Mt si potrebbero nominare quella famosa rivolta a Simon Pietro (16,17: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato”; oppure quella del servo che è beato se il padrone al ritorno lo trova pronto (cf. 24,46; cf. anche 11,6; 13,16; ecc.).

Ce ne sono alcune nel NT che in qualcosa si avvicinano alle nostre otto:

- Lc 14,13-14: “quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;  e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”; è la beatitudine della gratuità;

- Gc 1,12: “Beato l'uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano”;

- 1Pt 3,14: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate”; e poi in 4,14: “Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi”.

 

Gli elementi strutturali della singola beatitudine:

1) dichiarazione di felicità

2) descrizione del / dei destinatari (la loro qualità o condizione)

3) motivazione della beatitudine

4) oggetto o verbo al passivo che sottintende il ‘mittente’, cioè colui (Dio) che realizza la beatitudine

 

Dopo la proclamazione-costatazione, si indicano i destinatari, la categoria di persone a cui ci si rivolge[13], e poi nella seconda parte della frase se ne fornisce la motivazione, il fondamento: perché...; e infine indirettamente si indica, attraverso il verbo al passivo, il mittente, la provenienza, colui che realizza la beatitudine: Dio.

 

 

Le singole beatitudini

 

1) “Beati i poveri in spirito (makárioi hoi ptôchoi tôi pneúmati) perché di essi è il regno dei Cieli”.

Prima di dedicarci ai destinatari della beatitudine (‘poveri in spirito’), prendiamo spunto dalla mancanza del verbo nella prima parte per presentare una domanda decisiva per l’interpretazione complessiva: in che senso, o meglio quando i destinatari sono nella beatitudine? Insomma sono o saranno felici? In greco l’unico significato grammaticale accettabile dove non c’è il verbo è il presente: i poveri… ecc. sono dichiarati, cioè sono beati ora!

Il macarismo d’altra parte non è una benedizione-augurio, è piuttosto una constatazione, riconosce cioè questa realtà e si rallegra con colui al quale si rivolge. Forse il destinatario non ne è consapevole e deve prenderne coscienza, ma egli è beato ora.

 

La prima beatitudine non è un caso che sia proprio quella, la lista non segue un ordine casuale; la beatitudine dei poveri (che coincide anche con la prima in Luca), è come l’ingresso in tutte le altre, da essa in qualche modo anche le altre scaturiscono, per questo è opportuno soffermarvisi maggiormente.

 

Nel greco profano ptochós indica soltanto l’indigenza materiale; in quello biblico ptôchoi traduce il più delle volte l’ebraico ‘anawim. Questi sono soprattutto coloro che sono privi (o sono stati privati) di sicurezza sociale e materiale, sono gli oppressi, i sottomessi, quelli che non contano.

Questo status viene poi man mano e a più riprese teologizzato, specialmente nei salmi e negli scritti profetici, ad esso corrisponde l’atteggiamento della persona che sta curva dinanzi a Dio, che riconosce il proprio stato di bisogno e sta in attesa di essere soccorsa da Dio soltanto (sono gli ‘anawim YHWH). Diviene dunque un sinonimo di ‘giusto’, ‘innocente’, colui che cerca il Signore e da Lui si aspetta l’aiuto.

L’espressione ‘poveri in spirito’ come tale ricorre soltanto qui nella Bibbia[14], invece l’esatta corrispondenza c’è nell’ebraico di Qumran, anwey ruah, in 1QM 14,7 (cf. anche 1QS 4,3: “spirito di umiltà e magnanimità”).

 

Il verbo essere al presente “di essi è il regno dei Cieli” indica che tale regno è già per loro, appartiene ad essi (anche se vi entreranno pienamente soltanto più tardi), è posseduto da coloro che credevano di nulla avere e di nulla valere.

 

Se confrontiamo ora le due redazioni (Lc – Mt), ci accorgiamo delle differenze: innanzitutto mentre Mt ne ha otto più una, Lc ne ha solamente quattro e le fa seguire dal loro contrario, quattro ‘guai’ che servono a rafforzare in termini negativi quando era stato appena detto positivamente;

poi la prima beatitudine di Lc, “beati i poveri”, senza complementi come invece in Mt, risulta più concreta, senza precisazioni riguardanti l’atteggiamento interiore o la moralità del destinatario; e poi, oltre al fatto che in Lc la terza beatitudine (i miti) viene anticipata al secondo posto, si notano altre diversità:

l’aggiunta lucana dell’avverbio ‘adesso’; la ‘fame’ resta senza l’aggiunta matteana “e sete di giustizia”; già da questi elementi emerge che Lc sottolinea la situazione concreta e attuale di bisogno di quelle categorie di persone (non sono solamente afflitte ma piangono adesso, adesso sono povere materialmente); la povertà è intesa come un male che Dio vuole eliminare ed è giunto il momento in cui sta per farlo (‘adesso’).

In Matteo invece si sottolinea di più la disposizione interiore: “poveri in spirito”, sembra indicare uno spirito contrassegnato dalla povertà, è uno spirito che riconosce la propria dipendenza da Dio e si rimette totalmente a Lui (cf. traduzione in lingua corrente TILC: “beati coloro che sono poveri di fronte a Dio”)[15], comporta in qualche modo una connotazione morale; è una povertà riconosciuta, un atteggiamento operato dallo Spirito, è una disposizione d’anima richiesta per entrare nel Regno dei Cieli; corrisponde essenzialmente all’umiltà (e che riguarda tutti, ricchi e poveri materialmente); diventa quindi una virtù che in qualche modo merita una ricompensa.

Quindi implicitamente la beatitudine dei poveri in spirito contiene un appello a porsi nell’atteggiamento che è presupposto per il dono che si sta per ricevere.

 

Se confrontiamo tutto questo con il nucleo essenziale della predicazione di Gesù – per quanto possiamo ricostruirlo dalle fonti (cf. Mc 1,15; Mt 4,17), e cioè la vicinanza del Regno di Dio – egli situa la beatitudine in rapporto alla manifestazione della sovranità di Dio che viene a liberare e salvare il suo popolo: i poveri devono considerarsi felici perché Dio interviene a loro favore, Dio si mette dalla loro parte prendendosi a cuore la loro sorte e ponendo fine alla loro sofferenza; presto la loro situazione sarà rovesciata.

Quindi per comprendere a fondo le implicazioni delle beatitudini evangeliche è bene considerare come complementari gli aspetti diversi delle versioni di Matteo e di Luca.

 

2) La seconda beatitudine, “beati gli afflitti”.

Il verbo (al participio) indica chi piange, geme, si lamenta, chi dunque è nella sofferenza e nello sconforto. Si può pensare che riguarda soprattutto coloro che sono tristi per le cose che non piacciono a Dio, per quelle cioè che danneggiano l’uomo; coloro che si affliggono perché il Regno di Dio non è ancora instaurato, quelli che, come Gesù che piange su Gerusalemme (cf. Lc 19,41), piangono perché il mondo, sordo agli inviti di pace da parte di Dio, va verso la rovina.

Ma certo la consolazione Dio è pronto a concederla anche a tutti coloro che sono afflitti o soffrono a causa di colpe personali.

La consolazione indica l’intervento salvifico di Dio, come troviamo ad es. nel Deutero e nel Trito Isaia (Is 40,1s: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”; 61,2-3: il profeta viene mandato per “consolare tutti gli afflitti”). Portare la consolazione fa parte della missione della chiesa (cf. Col 1,4s).

Il verbo al futuro indica che tale consolazione non è garantita nell’immediato, ma è una promessa che bisogna attendere con fede[16].

Forse tra tutte le beatitudini questa rivela l’aspetto più paradossale: felici… gli afflitti!

 

3) La terza, “beati i miti” - hoi praeis (manca in Lc)

Mentre il greco classico con questo termine si pone sulla linea della virtù che consiste nel dominare l’ira, nella LXX traduce una dozzina di volte la stessa parola ebraica ‘anawim che già sopra avevamo reso con ‘povero’, anche se in queste ricorrenze non emerge la valenza sociologica o economica, cf. Sal 37(36),11: “hoi dè praeis [ebraico: wa‘anawim] erediteranno la terra”.

Il suo significato preciso è difficile da stabilire; può oscillare tra il valore di ‘povero’[17], ‘gentile’, ‘umile’, non-violento’ (it. ‘mite’).

Potremmo definire miti coloro che al contrario dei prepotenti e dei violenti, non hanno pretese, non se ne approfittano, non usano la forza per imporsi; sono coloro che non si fanno giustizia da sé, ma lasciano a Dio la loro causa.

Gesù stesso si attribuisce questa attitudine: máthete ap' emoú, hoti praús eimi kai tapeinòs têi kardíai (11,29: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”).

“Essi erediteranno la terra”: nell’AT si riferiva alla terra promessa intesa in senso materiale e nazionale; qui ha senz’altro un senso metaforico-escatologico, sempre connesso con il Regno dei Cieli: è la terra in cui ci sarà la piena giustizia; i miti saranno i primi aventi diritto.

 

4) La quarta riguarda gli affamati e assetati di giustizia: makárioi hoi peinôntes kai dipsôntes tên dikaiosúnên, hoti autoi chortasthêsontai (da tener presente il parallelo lucano che parla unicamente di ‘fame’).

Spesso nella Bibbia aver fame e sete indica un desiderio ardente dei doni di Dio:

- Am 8,11-12: “Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all'altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno. 

- Is 55,1-2: “O voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti”.

- Sir 24,20: “Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me, avranno ancora sete”.

Anche nel NT si usa questa metafora (cf. Gv 4,13-15; 7,37-38, Ap 21,6; ecc.).

 

In questo contesto di Mt la giustizia di cui si ha fame non è tanto quella sociale e meno ancora quella che intende l’Apostolo Paolo quando parla della ‘giustizia di Dio’ e della giustificazione; ha piuttosto un senso morale (fare ciò che è giusto al cospetto di Dio), spirituale, corrisponde più o meno al concetto di santità (cf. 6,33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”; 5,20: “se la vostra giustizia…”).

La sazietà di cui si parla rimanda senz’altro alla realizzazione del Regno di Dio, in cui saranno soddisfatti tutti i bisogni legittimi dell’uomo nella sua integralità.

 

5) Beati i misericordiosi - hoi eleêmones

Questa e le altre due che seguono sono proprie di Mt (più che una omissione di Lc è probabile un’aggiunta di Mt). Tra l’altro si può costatare in esse un’accentuazione della prospettiva morale-spirituale secondo una certa logica di fondo; in quelle comuni invece è più forte l’aspetto paradossale, più tipico dei capovolgimenti evangelici.

Ci sarebbe un sinonimo dell’aggettivo ‘misericordioso’ (cf. Lc 6,36: oiktírmones), che sottolinea di più il sentimento di compassione, pietà (cf. Os 1,7: Dio è il misericordioso); il nostro invece include maggiormente un significato attivo, di esercizio anche esteriore di cura e amore. Dunque si è sulla linea delle opere di misericordia, ampiamente descritte dalla Scrittura; icona potente nel NT è il racconto del Buon Samaritano con la sua conclusione: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37, cf. anche Mt 25,31-46). La misericordia di cui si parla qui tuttavia non si limita alla sfera materiale, ma implica anche la prontezza a essere indulgenti verso i peccatori e a condonare le offese (cf. Mt 12,7 dove Gesù si richiama alla misericordia citando Os 6,6; Mt 18,22-35, parabola del servo spietato; ma già lo stesso Padre Nostro).

 

6) Beati i puri di cuore… hoi katharoi têi kardíai

In qualche modo la sesta emerge un po’ tra le altre, dal momento che è l’unica oltre alla prima, ad avere una simile costruzione con il complemento al dativo (puri di cuore); un passo simile lo si trova in Pr 22,11: “Il Signore ama chi è puro di cuore (hosías kardías) e chi ha la grazia sulle labbra è amico del re”.

Il concetto di ‘purità’ deriva dall’ambito cultuale (in Lv 11-15 si ha una lunga serie di prescrizioni riguardanti l’astenersi da oggetti, animali, atti che rendono impuri), dove per potersi accostare a Dio (nel tempio) occorre compiere sacrifici e riti purificatori (cf. il Sal 24 che ricorda la necessità di avere un cuore puro per salire al monte del Signore). La predicazione profetica metterà in guardia da un vuoto ritualismo e punterà sempre più verso una purità morale, che deriva da un retto comportamento, specialmente nei rapporti verso il prossimo (cf. Is 1,15-18; Sal 51; ecc.). Nel salmo 51 (Miserere) chiediamo: “Crea in me o Dio un cuore puro” (v. 12).

Nel linguaggio biblico ‘cuore’ non indica il sentimento, l’intimità o atteggiamento vagamente spirituale, bensì la sede della volontà, è il centro del pensiero, dove si prendono le decisioni, anche e soprattutto quella di servire ed amare il Signore, appunto “con tutto il cuore” (cf. Dt 6,5, cf. anche 1Sam 16,7: “Il Signore vede il cuore”).

A chi ha il cuore puro è promessa la realizzazione della grande aspirazione dei giusti: “Vedere Dio”; tale incontro aveva luogo nella liturgia divina, ed era proiettato nella dimensione escatologica. Parallelismi concettuali sono rintracciabili nella letteratura rabbinica dove si parla di ‘vedere’ la Shekinà[18]. Avendo un cuore puro si può intravedere Dio nella fede, nella speranza, nella percezione della sua presenza misteriosa.

 

7) Beati i facitori di pace - hoi eirênopoioi.

È un aggettivo raro in greco (solo qui in tutta la Bibbia); indica non chi è in pace, ma chi si adopera per essa (cf. En. Slavo 52,11-13: “Beato chi mantiene e porta la pace”);

gli operatori di pace sono coloro che lavorano per la pace, seminano pace là dove c’è divisione, conflitto, maldicenza; in tutti i modi cercano di trasformare in bene situazioni relazionali difficili, cercano di riconciliare le parti in conflitto.

Operare per la pace è un modo di parlare veterotestamentario (cf. Is 27,5), Gc 3,18: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (cf. Col 1,20; Ef 2,14).   

“Saranno chiamati figli di Dio”: a questi è promessa la realizzazione di quel rapporto di speciale filiazione con il Dio della pace; lui li riconoscerà come suoi figli, apparterranno a lui. Tutto il DM può essere letto sotto l’angolatura della paternità di Dio e della corrispettiva figliolanza dell’uomo.

 

8) Beati i perseguitati a causa della giustizia (hoi dediôgménoi héneken dikaiosúnês).

Per il fenomeno dell’inclusione (“di essi è il Regno dei Cieli”) si ricollega alla prima beatitudine.

È strettamente legata alla successiva, che ne rappresenta un ampliamento e insieme una applicazione ad una situazione più concreta e già sperimentata da membri della comunità (dove si usa la seconda plurale e i verbi al futuro, ha il parallelo in Lc).

La motivazione della persecuzione risiede nella ‘giustizia’; qui è da intendersi probabilmente l’adesione a Cristo (cf. poi v. 11c: “a causa mia”) che comporta inevitabilmente lo scontro con le logiche mondane e la rabbia degli avversari.

Questo della persecuzione a causa di Gesù e del suo vangelo è un fatto ricorrente nelle prime generazioni cristiane, e si riflette in varie parti del NT (cf. At 14,22, 1Pt 2,19-20; 2Cor 12,10).

Il risvolto positivo ha una prospettiva escatologica: “di essi è il Regno dei Cieli” (v. 10), “la vostra ricompensa è grande nei cieli” (v. 12). Il paradosso cristiano emerge dalla gioia: “rallegratevi ed esultate”(v. 12); cf. anche At 5,41: “se ne andavano via dal sinedrio lieti perché erano stati fatti degni di subire oltraggi per il nome”.

 

I vv. 13-16 costituiscono una prosecuzione tematica delle Beatitudini e insieme una preparazione alla sezione seguente (cf. il tema della Legge): “voi siete il sale della terra… la luce del mondo…”

 

 

Riflessioni conclusive

 

“Beati, perché…”: L’elenco delle motivazioni che vengono fornite potrebbe essere così sintetizzato: i destinatari sono beati in quanto essi fanno parte del Regno che è ormai iniziato nel presente, ed è carico di speranza anche per il futuro; la felicità viene anche dalla certezza di essere già nel Regno, oggetto della grazia e dell’amore personale e speciale di Dio.

La felicità delle beatitudini “è una felicità che ci viene donata, non una felicità prodotta da noi: è imprevista e immeritata. Non esclude la privazione e la sofferenza. In Luca, si dice proprio nei riguardi di persone che sono in una tale situazione che la società considera di sventura. L’ultima beatitudine invita [addirittura] a rallegrarsi e a esultare nei momenti di persecuzione dovuti al loro impegno per Cristo. La felicità annunciata nelle Beatitudini è una vera gioia, ma di natura profonda. Fondata su una fede… e su una speranza... È normale che questa gioia invada tutte le dimensioni della persona e si ripercuota nella psicologia e nell’atteggiamento esteriore di colui che la vive”[19].

 

Avevamo già anticipato che la prima beatitudine, quella della povertà, era quella fondamentale: Dio va incontro a chi è nel bisogno; il questo senso tutte le beatitudini possono essere lette come una manifestazione dell’amore preferenziale di Dio: Beati i poveri, beati i miti, gli affamati…
Ma come si può essere beati, fortunati, felici per questa condizione di debolezza, di mancanza, di difficoltà? Qual è il motivo stravolgente che rende profondamente vere – e non folli - queste beatitudini?

Tutti questi svantaggiati e tribolati possono ritenersi e essere davvero beati perché Dio sta con loro, si è schierato dalla loro parte, sono oggetto del suo amore preferenziale (che appunto non significa esclusivo): beati perché profondamente amati da lui. E a rivelarcelo è Gesù stesso con la sua vita, la sua predicazione, il suo agire in favore degli svantaggiati, malati, emarginati.

Le Beatitudini d’altronde possono anche essere considerate il ritratto fedele del Figlio diletto, in cui il Padre si compiace: “Venite a me... imparate da me che sono mite e umile di cuore” Mt 11,29).

 

Riguardo al tema dei poveri oggetto dell’amore speciale di Dio, si può infine richiamare ciò che Giovanni Paolo II ha scritto per indicare il cammino per la chiesa del terzo millennio:
«stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c'è una sua presenza speciale, che impone alla Chiesa un'opzione preferenziale per loro. Attraverso tale opzione, si testimonia lo stile dell'amore di Dio, la sua provvidenza, la sua misericordia, e in qualche modo si seminano ancora nella storia quei semi del Regno di Dio che Gesù stesso pose nella sua vita terrena» (NMI 49).

 

 

 

Bibliografia essenziale (oltre ai commentari al Vangelo di Matteo di R. Fabris e J. Gnilka):

- J. Dupont, Le Beatitudini, vol. I-II, 41979; vol. III, 1977, ed. Paoline, Milano;

- R. Penna, Letture evangeliche. Saggi esegetici sui quattro vangeli, Borla, Roma 1989, pp. 57-65;

- M. Dumais, Il Discorso della Montagna, Elledici, Torino 1999 (or. fr. Paris 1995);

- C.M. Martini, Il Discorso della Montagna. Meditazioni, Mondadori, Milano 2006.



[1] A proposito di "discorso" va precisato che non bisogna intenderlo secondo il nostro sentire comune, per cui il discorso è formato da un'introduzione, un corpo centrale e una conclusione: in Mt assistiamo all'assemblaggio di loghia o detti di Gesù anche di piccole dimensione, di brevi unità letterarie non sempre logicamente collegate fra loro. Sempre a questo proposito non entriamo nella questione complessa della storicità: tutti ammettono che il DM (ma anche il parallelo lucano) non sono una trascrizione delle parole di Gesù, e che esso è costituito da molti piccoli detti che risalgono probabilmente a tempi e luoghi diversi; c’è tuttavia ampio consenso che il suo nucleo o la sua sostanza risalga al Gesù terreno.

[2] Cinque volte ‘giustizia’ (dikaiosúnê), che ricorre nelle parti più pregnanti del discorso (5,6.10.20; 6,1.33); diciotto volte il ‘regno’; sei volte ‘regno dei cieli’ (hê basileia tôn ouranôn: 5,3.10.19bis.20; 7,21).

[3] Oltre che nella festa di Tutti i Santi, la IV domenica p.a. A, la VI domenica p.a. C, il mercoledì della XXIII p.a.; in più è nei lezionari per varie necessità (ad es. in quello per il sacramento del Matrimonio).

[4] Tra le parole più esigenti del DM vanno annoverate quelle riguardanti l’adulterio e il divorzio (cf. Mt 5,27-28.31-32).

[5] Con i vv. successivi a rafforzare tale asserto principale: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,18-19).

[6] Mettendo a confronto l’apostolo Paolo, che all’interno del NT rappresenta l’altro grande scrittore che si occupa ripetutamente della Legge (cf. spec. Rm e Gal), se è certo che entrambi danno importanza ai dieci comandamenti (cf. Mt 19,18-19; Rm 13,9), non si può non registrare un’impostazione che se non è opposta presenta però tratti diversi (cf. in Paolo la giustizia-giustificazione che deriva unicamente dalla fede in Cristo, senza le opere della Legge; ad es. in Rm 3,28). Alcuni studiosi parlano di ‘complementarietà’ tra le due vedute.

[7] A marcare la fine di questi discorsi troviamo una formula che ricorre ogni volta: “E avvenne quando Gesù ebbe terminato questi discorsi” (cf. Mt 7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1 [“tutti questi discorsi”]).

[8] La parola ‘padre’ ricorre ben 17 volte in questi tre capitoli (Mt 5,16.45.48; 6,1.4.6[bis].8.9.14.15.18[bis]. 26.32; 7,11.21).

[9] Si nota poi un’applicazione amplificata delle beatitudini ad un contesto molto probabilmente diverso da quello gesuano.

[10] Per un primo inquadramento, con ricchezza di citazione bibliche, cf. la nota della Bibbia di Gerusalemme a Mt 5,3.

[11] Difficile stabilire la datazione: origine da prima del 70 d.C., poi rimaneggiamenti cristiani nel I-II sec. d.C., infine versione definitiva slava nell’XI sec..

[12] En. Sl. 42,1-14; in 52,1-16 si hanno alternate una successione di cinque beatitudini e cinque maledizioni.

[13] “i soggetti delle Beatitudini si riferiscono a diverse situazioni della via e non è facile definirli in maniera assolutamente puntuale, di ordinarli in uno schema preciso. Si tratta piuttosto di un modo di sentire, di vivere, di pensare, che è quello di Gesù e della comunità primitiva. Ogni soggetto ha a che fare con il seguire Gesù nella sua umiliazione, povertà, benevolenza, mitezza, misericordia, bontà” (C.M. Martini, Il Discorso della Montagna. Meditazioni, Milano 2006, p. 116).

[14] Una costruzione simile, con un sinonimo si ha in LXX Sal 33,19: toùs tapeinoùs tôi pneúmati sôsei (lett. “egli salva i miseri di spirito”; ma il TM corrispondente ha “egli salva gli affranti di spirito”).

[15] Affini a questa beatitudine appaiono quei testi che nel NT parlano delle attitudini tipiche dei bambini; cf. Mt 18,3: “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”; cf. anche Mt 11,25: “hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai saggi e le hai rivelate ai lattanti”.

[16] “Di fatto le Beatitudini operano fin da ora (cf. “di essi È il Regno dei Cieli”, 5,3.10); Dio può concederne, e di fatto ne concede, un’anticipazione a coloro che lo servono perseverantemente con cuore sincero. Tuttavia si riveleranno soprattutto nel futuro dell’eternità… Le B. appartengono a coloro che sanno attendere” (Martini, Meditazioni, p. 119).

[17] “Le prime due beatitudini [intende dei poveri e dei miti, avendo optato per l’inversione della seconda con la terza] presentano l’ideale religioso e spirituale che fa capo alla stessa radice ebraica dell’anawah, nella sua duplice relazione: verso Dio si esprime come umile e fedele sottomissione, verso il prossimo come pacifica e cordiale accoglienza” (R. Fabris, Matteo, Roma 21996, p. 124).

[18] Termine post-biblico targumico, indica la presenza di YHWH disceso tra gli uomini per abitare con loro (cf. il tabernacolo o il tempio, Es 25,8; 29,45-46), e sostituiva il nome stesso di Dio quando si voleva evitare di pronunciarlo.

[19] M. Dumais, Il discorso della montagna, Torino 1999, pp. 158-159.