Rinnegare
se stessi
Introduzione: scopo
e tappe dell’analisi
I. Il rinnegamento
di sé come condizione della sequela: Mc 8,34-38.9,1
II. Il rinnegamento
di Gesù come fallimento della sequela: Pietro
III. Il rinnegamento
di sé e il vangelo di Gesù
Introduzione: scopo e tappe dell’analisi
Cerchiamo di comprendere profondamente
il significato dell’espressione “rinnegare se stesso”, che Gesù usa in questo
passo evangelico come una delle condizioni indispensabili per seguirlo.
Nel nostro percorso studieremo dapprima
l’espressione nel contesto prossimo in cui viene utilizzata (in Mc 8,34 e
paralleli): essa infatti è strettamente legata ad altre usate nella pericope
di Mc 8,31-38, ed assume il suo significato pieno solo se vista in rapporto
con le espressioni e i temi in gioco nella pericope (I). Analizzeremo in un
secondo momento gli usi del verbo “rinnegare”, aparnéomai (e della forma semplice
arneomai) nei vangeli e nel NT, per ampliare ed approfondire l’orizzonte semantico
in cui si inserisce il verbo, e vedere attraverso quale ‘drammatica’ passa
l’esperienza del ‘negare’ nei testi della rivelazione cristiana (II). Cercheremo
infine di raccogliere alcune conclusioni di carattere teologico, come emergono
dalla ricerca sul significato di questa espressione (III).
I. Il rinnegamento di sé come condizione
della sequela: Mc 8,34-38.9,1
“E convocata la folla con i suoi discepoli,
disse loro: «Se qualcuno vuol seguire dietro di me, dica di no a se stesso,
prenda la sua croce e mi segua. Chi infatti vorrà salvare la propria vita,
la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la
salverà. Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero e perdere la
propria vita? E che cosa infatti potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? Chi infatti si vergognerà di
me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice,
anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria
del Padre suo con gli angeli santi». E diceva loro: «In verità vi dico: vi
sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio
venire con potenza»”.
Il tema di questo passaggio evangelico
è manifestamente quello della sequela di Gesù. Esso è già presente al v. 33
(vai dietro a me, satana...), e viene sottolineato più volte nel v. 34, che
si presenta come una diretta conseguenza del comportamento di Pietro e un’ulteriore
spiegazione della risposta data a lui da Gesù. Egli offre un’istruzione circa
le condizioni necessarie per seguirlo. L’introduzione narrativa presenta i
destinatari di questa istruzione, che Gesù chiama vicino a sé (la folla e
i discepoli, v. 34a); segue quindi un lungo discorso di Gesù, con le condizioni
della sequela e una serie di frasi collegate alla prima, che ne approfondiscono
il senso (si noti l’uso dell’espressione infatti all’inizio di ogni versetto).
Il discorso inizia con un periodo ipotetico della realtà: Gesù non parla di
qualcuno in particolare, ma presenta un caso generale, applicabile a tutti,
coloro che vogliono seguirlo. Presupponendo che la volontà di seguire lui
ci sia, Egli indica le condizioni per realizzarla, per dare seguito effettivo
al desiderio. Le condizioni sono espresse con tre imperativi, tre comandi
di Gesù. Il primo è quello che intendiamo spiegare.
L’interpretazione dell’espressione
rinnegare se stesso, che cercheremo di giustificare, può essere così riassunta:
significa ‘dire di no’ al proprio io, non in quanto è qualcosa di negativo
o cattivo, ma in quanto esso si pone in contrasto/opposizione/alternativa
con la sequela di Gesù. L’esempio immediatamente precedente di Pietro (cf.
Mc 8,33), ha mostrato in azione questo contrasto: in quel caso Gesù ha contrapposto
il pensare/sentire secondo gli uomini al pensare/sentire secondo Dio. Alla
luce di quelle parole, rinnegare se stesso significa smettere di pensare/sentire
secondo gli uomini e invece adeguarsi al modo di pensare/sentire secondo Dio,
che Gesù rivela e che si accoglie concretamente solo seguendo lui; significa
non seguire indiscriminatamente i desideri, le inclinazioni, i progetti e
gli impulsi del proprio io, ma discernere quelli che sono in contrasto con
Gesù, con i suoi orientamenti e il suo cammino, e dire di no ad essi.
In un altro contesto del NT troviamo
l’espressione ‘rinnegare se stesso’, con Gesù come soggetto: Se avremo pazienza,
anche regneremo insieme; se rinneghiamo, anch’egli rinnegherà noi; se saremo
infedeli, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm
2,12-13). ‘Rinnegare se stesso’ in questo contesto significa rinunciare al
proprio essere, alla propria natura profonda: Gesù non può rinnegare la sua
natura di uomo fedele, degno di fede (mentre può rinnegare chi lo rinnega,
cf Mt 10,33, Lc 12,9), e rimane tale anche quando gli uomini diventano infedeli.
Questa ‘rinuncia al proprio essere’ è il senso dell’espressione di Mc 8,34,
rivolta in forma di imperativo a chi vuole seguire Gesù: non devo affermare
me stesso, il mio essere, né aggrapparmi a me medesimo, ma sacrificarmi in
una radicale rinuncia a me medesimo (e non solo ai miei peccati); non devo
assicurarmi da me la vita, ma al contrario, accettando decisamente la mia
morte, farmi assicurare da Cristo seguendolo.
Il secondo imperativo forma un parallelismo
sinonimico con il primo, e concorre dunque a determinarne il senso: prenda
la sua croce. La croce è lo strumento di morte di Gesù: il comando di Gesù
chiede la disponibilità del discepolo ad andare con Gesù fino alla morte,
a condividere cioè interamente il suo cammino, che va fino alla croce (il
tema della croce, quale immagine sintetica del destino tragico di Gesù, è
già sullo sfondo del passo che precede il nostro testo: 8,31-33). Il terzo
imperativo è al tempo presente (i primi due erano all’aoristo): richiede una
disposizione permanente a seguire Gesù, cioè a vivere una comunione ininterrotta
con lui. Questo è lo scopo per il quale sono richieste le due precedenti condizioni
(rinnegare sé e accettare la croce). Il v. 34b è introdotto e concluso con
il verbo akoluthein (seguire): ciò indica in modo inequivocabile lo stretto
legame che Gesù pone tra negazione di sé, l’accettazione della croce e la
sequela: dire di no a sé e prendere la croce non sono valori o condizioni
fini a se stessi: sono solo necessari per seguire Gesù. Seguono una serie
di ‘spiegazioni’ che Gesù dà all’affermazione centrale del v. 34.
Il v. 35 indica la ragione per cui
è necessario negare se stessi e prendere la propria croce (più che la ragione
per cui è necessaria la sequela, che invece sembra essere libera: se uno vuole
seguirmi...): voler salvare la vita significa perderla, mentre perderla a
motivo di Gesù e del vangelo significa salvarla. Perché la frase non appaia
come una contraddizione (e quindi un non-senso) occorre dare al termine vita
due significati diversi: nel primo uso delle due parti della frase psyché
indica se stessi (appunto come nella frase prima Gesù diceva rinnegare se
stessi), i propri progetti, aspettative, valori; nel secondo uso indica la
vita nella comunione con Gesù nella gloria. Le due modalità di intendere la
psyché sono alternative, come sono alternativi l’affermare se stessi e il
seguire Gesù. Per avere la vita, quella che merita questo nome, è necessaria
una perdita, una rinuncia: non di una qualsiasi perdita della vita si tratta,
ma della perdita a motivo del restar fermi nella comunione con Gesù e dell’accettazione
credente del suo vangelo. Questo è l’aspetto che qualifica l’affermazione
di Gesù: la salvezza della vita viene solo dall’unione con Gesù. Il legame
con lui deve essere al di sopra di tutto. Questa condizione impone di ‘perdere
la vita’, cioè rinunciare alla volontà di possedere e plasmare la vita a partire
da se stessi, rinunciare all’affermazione di sé a qualunque costo, in quanto
questo non è il valore definitivo. Lasciare questo è in concreto ciò che significa
‘rinnegare se stessi’ e ‘prendere la croce’: il frutto di questa perdita è
il seguire Gesù, la comunione con lui, che significa il salvare la vita, il
dono della vita vera e piena. (in Mc 14,31 e paralleli c’è un interessante
confronto tra ‘rinnegare Gesù’ e ‘morire con lui’). L’uomo può realizzare
se stesso soltanto con Gesù, e non seguendo il proprio io in contrasto con
lui. Dal punto di vista umano c’è una contraddizione tra voler salvare la
vita di sé e rinnegare sé. Dal punto di vista di Gesù la seconda è condizione
della prima: ciò è comprensibile e realizzabile solo se tra l’uomo e se stesso
si inserisce una nuova misura di valore, Gesù, che rivela in cosa consiste
la vita vera (la comunione con Lui) e offre una strada per riceverla (seguirLo).
Nei vv. 36-37 Gesù cerca di far entrare
gli ascoltatori nella ‘logica’ delle sue richieste. Con due domande retoriche
che invitano a riflettere su verità ovvie circa il rapporto dell’uomo con
la sua vita, spiega perché è necessario salvarla: la vita è il valore fondamentale,
nulla senza di essa (neppure il mondo intero) può giovare all’uomo; è un valore
insostituibile, l’uomo non ha nulla da offrire come ‘oggetto di scambio’ per
riaverla nel caso la perdesse. Perciò è necessario salvarla. E perciò è necessario
perderla per Gesù, cioè seguirlo dicendo di no a se stessi e prendendo la
croce.
Il v. 38 esplicita ulteriormente e
amplia quanto già detto: il comportamento presente del discepolo nei confronti
di Gesù è decisivo per la sua sorte escatologica, definitiva. Il conformismo
e la ricerca di riconoscimento da parte degli altri può spingere a vergognarsi
di Gesù, cioè a staccarsi da lui, abbandonando la comunione con lui e preferendo
quella con gli uomini peccatori; la conseguenza di questo comportamento è
di portata decisiva: non essere riconosciuti da Gesù alla fine dei tempi (non
aver parte alla vita). Il parallelo matteano (10,33) e quello lucano (12,9)
di questo detto di Gesù utilizzano il verbo ‘rinnegare’ seguito dal complemento
oggetto ‘Gesù’. Questo uso ci offre una ulteriore illustrazione del significato
di questa espressione: rinnegare Gesù è sinonimo di vergognarsi di lui; non
vergognarsi di Gesù (non rinnegarlo) significa mantenersi nella comunione
con lui, rinunciando, se occorre, al riconoscimento da parte degli altri.
Il riconoscimento da parte degli altri (mediante l’accettazione dei valori
ritenuti importanti dalla generazione presente) non è il criterio definitivo:
fa parte di quel ‘sé’ che occorre negare per seguire Gesù. Il riconoscimento
che conta è quello che proviene da Gesù (o da Dio), e che avverrà alla fine,
come offerta della comunione definitiva con sé (la vita piena). La costruzione
in parallelo della frase di Mt e Lc (che esprime lo stesso concetto la prima
volta in forma positiva, la seconda in forma negativo) mostra che l’antonimo
del verbo rinnegare è omologheo. Gesù fa una promessa solenne: chi non ha
paura di riconoscere pubblicamente la sua comunione con Gesù, troverà nell’atteggiamento
futuro del Figlio dell’uomo la garanzia della comunione personale con lui.
Parallelamente, in tono di minaccia, la promessa diventa un avvertimento:
non riconoscere Gesù significa mettere in pericolo la salvezza definitiva.
Questo testo mette in risalto la centralità di Gesù per la salvezza: dalla
decisione pro o contro di lui (e il suo annuncio) dipende la sorte eterna
dell’uomo. Riconoscere/rinnegare Gesù qui è inteso non tanto nella prospettiva
della decisione personale ma in quella della testimonianza pubblica, e risente
del contesto di persecuzione in cui ben presto si sono trovate le comunità
cristiane. Per il nostro scopo è utile osservare il carattere impegnativo
e esistenziale del rinnegare o riconoscere: non si tratta di avere delle idee
di un tipo o di un altro, ma di modi di vivere concreti, che coinvolgono fino
al punto di mettere in pericolo la vita.
I paralleli di Matteo e Luca a questo
passaggio di Marco sono molto simili nel linguaggio e nel significato. I sinottici
sono concordi nell’esprimere con chiarezza tra le condizioni per seguire Gesù
quella del ‘rinnegare se stessi’; sono concordi dunque nel legare strettamente
questa rinuncia alla sequela di Gesù, e più concretamente alla sequela di
quel Gesù che a un certo punto della sua vita incomincia a parlare apertamente
di una fine tragica della sua missione.
Poiché né Gesù né i suoi hanno ancora
preso la croce, soltanto la continuazione/conclusione del racconto permetterà
di determinare il significato delle espressioni “rinnegare se stessi” e “portare
la croce”, in rapporto a quanto Gesù vivrà e a quanto i discepoli vivranno,
in un cammino che passerà attraverso belle dichiarazioni (quelle di Pietro
utilizzano il verbo ‘negare’), presunzioni, paure, cadute, perdono, perché
l’attaccamento a Gesù risulti o diventi vero. Il racconto evangelico enuncia
le esigenze radicali della sua sequela, affinché il lettore ne misuri gli
effetti negli attori (Gesù e i discepoli). Questo carattere progressivo e
storico del vangelo e della sequela (reso letterariamente dal genere narrativo-biografico)
ricorda che le esigenze di Gesù devono passare dentro la storia concreta di
ogni discepolo; non sono comprensibili e attuabili una volta per sempre e
interamente, ma passano attraverso offerte generose e fallimenti, promesse
e sconfessioni, come la figura di Pietro ci permetterà di vedere da vicino
e quasi ‘da dentro’.
II.
Il rinnegamento di Gesù come fallimento della sequela: Pietro
Oltre a quello delle condizioni per
la sequela, il secondo contesto evangelico in cui viene maggiormente impiegato
il verbo arneomai / aparneomai è quello della passione, e specificamente del
rinnegamento di Gesù da parte di Pietro: il soggetto non è più un ipotetico
discepolo, ma Pietro, e il complemento oggetto del verbo non è più ‘se stesso’
ma Gesù). Questi brani sono doppiamente significativi, in quanto da una parte
ci permettono di comprendere meglio il significato (letterale) del verbo,
e dall’altra di approfondirne il senso evangelico (cioè quello che il verbo
assume nella struttura del racconto), attraverso una verifica narrativa della
‘drammatica’ in cui passa l’azione/atteggiamento del rinnegare. In questo
senso l’episodio di Pietro conferma lo stretto legame tra il ‘rinnegare’ e
l’esperienza della sequela di Gesù, di cui i gesti di Pietro rappresentano
l’epilogo fallimentare. Si noti, di passaggio, che solo nel contesto del rinnegamento
di Gesù da parte di Pietro lo stesso verbo è utilizzato in modo parallelo
da tutti gli evangelisti: Mt 26,34.35.70.72.75; Mc 14,30.31.68.70.72; Lc 22,34.57.61;
Gv 13,38; 18,25.27).
Si nota una progressione narrativa
comune ai quattro vangeli, non senza significative differenze. Seguiamo più
da vicino la versione di Mt-Mc:
a) La Predizione. Nel giardino degli
ulivi Gesù rivela ai discepoli che ‘saranno scandalizzati’, cioè che cadranno
e vedranno rompersi la comunione con il maestro, lo abbandoneranno (insieme
annuncia anche il futuro nuovo raduno dei discepoli attorno a Lui); Pietro,
presentandosi molto sicuro di sé, osserva che la predizione di Gesù non varrà
per lui e promette la sua fedeltà a Gesù (Mt e Mc usano in queste due frasi
il verbo ‘scandalizzarsi’, che letteralmente significa ‘cadere a causa di
qualcosa che provoca la caduta’, che indica l’atteggiamento complessivo dei
discepoli di fronte alla passione; Lc e Gv usano l’espressione ‘andare fino
alla morte’ e ‘dare la vita per’). Gesù corregge Pietro (è la stessa successione
del cap. 8 di Mc) predicendogli il suo triplice rinnegamento: rispetto alla
reazione di ‘scandalo/caduta’ dei discepoli, l’azione del rinnegamento di
Pietro appare un allontanarsi ancora di più da Gesù; la risposta pronta di
Pietro esalta ancora la sua persona, promettendo una fedeltà tale da saper
affrontare anche la morte.
b) Il fatto del rinnegamento. E’ ripetuto
per tre volte (il numero, più che una precisione cronachistica, indica il
carattere ripetuto e totale dell’azione) di fronte a diversi personaggi. Si
usa il verbo arneomai / aparneomai per esprimere la negazione di una dichiarazione
fatta a Pietro: “anche tu eri con Gesù”. La frase ‘essere con Gesù’ è un’espressione
tecnica per indicare la sequela (è il primo scopo per cui Egli chiama i discepoli,
cf. Mc 3,14). Negando l’affermazione fatta a suo rispetto, Pietro nega di
essere discepolo di Gesù, interrompe cioè la sua sequela del maestro. C’è
anche qui un rapporto tra sequela e ‘negazione’: in 8,34 negare se stessi
era la condizione per seguire Gesù; qui negare Gesù è il modo concreto per
interrompere la sequela.
c) Il pentimento. Il canto del gallo
fa sì che Pietro si ricordi della predizione di Gesù, favorisce cioè la presa
di coscienza da parte di Pietro del suo rinnegamento di Gesù, mediante il
ricordo delle parole di Gesù.
Da un punto di vista letterale questi
passaggi mostrano che il verbo arneomai / aparneomai significa ‘dire di no’,
cioè negare di sapere qualcosa circa un’affermazione fatta da un’altra persona
(non lo conosco), contestare e smentire l’affermazione fatta da altri. Quando
è seguito da un complemento oggetto di persona (come in questo caso, Gesù),
significa rottura di un rapporto, abbandono; ciò presuppone che prima ci sia
stato un atteggiamento di obbedienza e di fedeltà. C’è rinnegamento laddove
c’era stato in precedenza riconoscimento e impegno (Pietro aveva riconosciuto
Gesù come Cristo a Cesarea, e si era impegnato nel cenacolo a non rinnegarlo
a costo della vita). Rinnegare se stessi significa allora rompere quel rapporto
di fedeltà a sé, alle proprie convinzioni, che è spontaneo e naturale per
tutti: si comprende che questa ‘rottura’ è possibile solo se si apre un orizzonte
di senso e di realizzazione più ampio di quello che è richiesto abbandonare.
Da un punto di vista contenutistico/assiologico
il racconto della passione (e in esso del rinnegamento di Gesù da parte di
Pietro) mostra concretamente come rinnegare se stessi è la condizione per
seguire Gesù, e come non ci sia alternativa a questa condizione se non nella
forma radicale di rinnegare Gesù, che significa fallire la sequela, e quindi
il raggiungimento della vita. Il racconto infatti mostra una alternativa netta
tra rinnegare Gesù (cf. le espressioni “scandalizzarsi di Gesù”, “rinnegare
Gesù”, “dire di non conoscerlo”) e seguirlo fino alla morte (cf. le espressioni
“non scandalizzarsi”, “andare con lui fino alla morte”, “dare la vita per
lui”). Questa alternativa dapprima è l’oggetto del dialogo tra Gesù e Pietro
(Mt 26,34-35; Mc 14,30-31; Lc 22,34; Gv 13,38); essa poi si risolve decisamente
nel senso del rinnegamento di Gesù durante la passione (Mt 26,70-72; Mc 14,68-70;
Lc 22,57; Gv 18,25.27). Non c’è una terza possibilità: o si nega se stessi,
riconoscendo Gesù, o si nega di conoscere Gesù condannato e crocifisso per
affermare se stessi. Ancora una volta emerge che il ‘rinnegare sé’ non è un
valore fine a se stesso, ma condizione per riconoscere Gesù, e quindi avere
la vita piena. Il rinnegamento di Gesù segna per Pietro il fallimento della
sua sequela del maestro. Tuttavia esso non è l’ultima parola: si apre uno
spazio per il pentimento (significato dal pianto), che prelude al successivo
perdono da parte del Risorto (Mt 26,75; Mc 14,72; Lc 22,61).
Dal punto di vista della strategia
narrativa è interessante notare come (soprattutto in Mc) l’interrogatorio/negazione
di Pietro venga raccontato in modo ‘parallelo’ all’interrogatorio di Gesù
(è collocato infatti tra l’interrogatorio di Gesù da parte del sinedrio e
quello da parte di Pilato). Tenendo conto dello stretto rapporto visto tra
il tema del ‘rinnegare sé’ e la sequela di Gesù, questo modo di procedere
degli evangelisti (che presentano Gesù e Pietro come contrapposti) sottolinea
ancora una volta l’alternativa tra ‘negare Gesù’ e ‘negare se stessi’, e lo
scopo del rinnegamento di sé (che è il riconoscimento di Gesù). Il paragone
evidenzia la differenza tra il comportamento di Gesù (in entrambi i momenti
Gesù risponde affermativamente alle domande che gli vengono poste, e questa
‘affermazione di sé lo porta alla morte), e quello del discepolo che non riesce
a seguirlo fino in fondo, fino a compromettere la sua vita. Pietro è il tipo
del discepolo che nega di conoscere Gesù e di avere una comunione di vita
con lui, per salvare se stesso. Gesù è colui che per primo nega se stesso,
cioè l’esigenza umana di mettersi in salvo, rinuncia alla sua salvezza fisica
(cf. Mc 15,30-31): si sottopone alle condizioni che chiede ai suoi, per affermare
la sua identità divina e obbedire alla volontà del Padre su di sé.
Oltre agli usi ricordati e illustrati
finora, il verbo arneomai / aparneomai si ritrova due altre volte nei vangeli.
In Lc 8,45 esprime la risposta negativa della folla alla domanda di Gesù “chi
mi ha toccato?”, durante la guarigione dell’emorroissa. In Gv 1,20 è usato,
alla forma negativa, per rafforzare la confessione di Giovanni battista di
non essere il Cristo. In altre parti si ritrova il verbo in correlazione con
l’antonimo omologheo: Tt 1,16 (confessare di conoscere Dio e negarlo con le
opere); 1 Gv 2,22-23 (negare il Figlio significa negare anche il Padre, e
viceversa, riconoscere il Figlio significa riconoscere anche il Padre). Come
in questa lettera giovannea, anche in altri usi il verbo è seguito dall’oggetto
Gesù (espresso con altri nomi): 2 Pt 2,1; Gd 1,4; Ap 3,8 (il suo nome); a
volte si usa l’espressione ‘rinnegare la fede’ (1Tm 5,8; Ap 2,13). In Tt 2,12
assume il senso di rinunciare (all’empietà e ai desideri mondani). In At 4,16
e 7,35 significa ‘dire di no, negare’ e non riconoscere una persona (Mosè)
per ciò che è. Possiamo notare come il verbo indichi nei suoi usi più significativi
una presa di posizione in ordine alla fede, a Gesù Cristo, che coinvolge la
vita, e non un’affermazione teorica circa qualche argomento secondario.
E’ tempo di raccogliere le cose viste
lungo il cammino, in forma di riflessioni conclusive. Possiamo ordinarle attorno
a tre temi che abbiamo scoperto in stretta relazione con l’espressione che
era nostro intento comprendere in profondità: la sequela di Gesù, la ricerca
della vita, la croce di Gesù. Come si nota, essi sono nodi centrali di tutto
il messaggio evangelico, e aiutano a comprendere l’espressione studiata dentro
il ricco contesto di tutto il vangelo.
Rinnegamento di sé e sequela di Gesù.
Il rinnegamento di sé si colloca tra
le condizioni che Gesù pone a coloro che vogliono seguirlo. Queste non sono
l’aggiunta di alcune leggi morali (magari più esigenti di altre). Il modo
in cui sono espresse e il contesto in cui sono collocate dall’evangelista
(subito dopo il riconoscimento messianico di Gesù da parte di Pietro, il suo
primo annuncio della passione, la resistenza da parte di Pietro con il rimprovero
di Gesù) invitano a comprenderle non secondo il registro morale/moralistico,
ma secondo quello cristologico/evangelico. Il punto centrale è l’affermazione
che Gesù fa su di sé (sul suo destino) e conseguentemente sulle condizioni
per seguirlo. Si crea una situazione nuova nel vangelo e nel cammino della
sequela: Gesù indica la direzione e la meta del suo cammino, e dichiara le
condizioni necessarie per seguirlo, che sono le condizioni per salvare la
vita. In primo piano c’è l’affermazione (l’annuncio della buona notizia) che
è possibile salvare la vita, vivere in pienezza. Per far questo è necessario
essere in comunione stretta con Gesù; questa comunione non la si può vivere
‘a distanza’, ma solo seguendo da vicino il maestro, partecipando interamente
al suo destino (prendere la croce); questa comunione ha una priorità assoluta,
deve essere anteposta all’affermazione di sé e al riconoscimento da parte
degli altri; la comunione concreta al destino storico di Gesù è condizione
per la comunione piena e perenne con lui nella gloria. Le condizioni della
sequela sono motivate cristologicamente, non moralmente (qui, come successivamente
nel graduale cammino di formazione che Gesù riserva ai suoi discepoli): a
causa del loro attaccamento a Gesù i discepoli dovranno rinunciare al loro
modo di vedere, ai loro desideri di vittoria e di evangelizzazione facile,
per entrare nella notte della fede, che caratterizza l’essere-discepolo, per
camminare come lui, senza tirarsi indietro di fronte al rifiuto.
Detto altrimenti: non si tratta di
negare/rinunciare a qualcosa di illecito e peccaminoso, per scegliere ciò
che è lecito, giusto e umanamente valido (in questo senso la traduzione corrente
‘rinnegare’ potrebbe forse trarre in inganno; il verbo arneomai e il suo composto
aparneomai significano dire
di no, negare, rifiutare, respingere: ciò esprime il carattere neutro dell’azione
che descrive: non si tratta infatti di affermare che c’è qualcosa di sbagliato
o di falso; il verbo indica piuttosto l’opposizione tra due realtà, valori
o persone, che si escludono, che sono contrarie l’una all’altra). Si tratta
invece di riconoscere in Gesù la rivelazione di un valore, una meta, una misura
di realizzazione di sé superiore ad ogni altra nostra misura (compresa quella
iscritta nella nostra natura di uomini), e l’unica in grado di rispondere
adeguatamente alle attese dell’uomo. Cerchiamo di tradurre esistenzialmente
questa affermazione, che resta piuttosto astratta: il vangelo ci invita a
invertire il punto di vista: non dobbiamo guardare a noi stessi e poi chiederci:
in che cosa devo dire di no a me stesso? Dobbiamo invece guardare a Gesù e
chiedergli: Signore, dove sei tu, perché io possa stare con te? Cosa devo
fare per restare in comunione con te? Che cosa in me e attorno a me si oppone
a questa comunione con te, e pertanto deve essere rinnegato-lasciato? Soltanto
il desiderio di una vita piena e la fiducia nella promessa di Gesù (che la
vita piena è nella comunione con lui) possono dare senso e forza al rinnegamento
di sé e all’accettazione della croce.
Il registro evangelico e non moralistico
secondo cui interpretare la condizione posta da Gesù è confermato anche da
un semplice sguardo all’insieme del vangelo. A un certo punto della sua vita
Gesù pone delle condizioni chiare a coloro che lo vogliono seguire, appena
dopo che Pietro si è opposto a ciò che Egli ha detto di sé. Gesù ritorna più
volte sulle condizioni lungo il viaggio verso Gerusalemme. Ciononostante nel
momento decisivo della prova coloro che lo avevano seguito fuggono di fronte
al rischio di essere coinvolti in un processo, interrompendo così la sequela
del maestro. Il rinnegamento di sé, per seguire Gesù non è possibile neppure
a Pietro, nonostante i molti insegnamenti del maestro, il suo paterno avvertimento
e nonostante le solenni promesse fatte da Pietro a Gesù. Gesù (Lc 22,31-32)
prevede questo rinnegamento e lo legge come una tentazione di satana (cf Mc
8,33), per la quale Gesù stesso prega (non prega per preservarlo dalla prova,
ma perché nella prova conservi la fede); Gesù vede la prova di Pietro come
già superata, e in un certo senso come necessaria per poter confermare gli
altri nella fede (questo ‘superamento’ del rinnegamento risalta in modo originale
quando si ascoltano le parole di Pietro dopo la guarigione dello storpio in
At 3,13-14). Gesù comprende e perdona il rinnegamento da parte dei suoi; dopo
la risurrezione la sequela ricomincia per sua espressa volontà (vedi la richiesta
di andare in Galilea, il luogo della prima chiamata, e la chiamata personale
alla sequela per Pietro in Gv 21, che per Giovanni è la prima richiesta di
sequela); pertanto resta in vigore la condizione di rinnegare se stessi, e
forse ora, dopo aver sperimentato il fallimento delle proprie forze, sarà
più possibile (di fatto sappiamo che molti dei discepoli di Gesù muoiono uccisi
nel suo nome). Ciò mostra che solo con la forza del Risorto (con la comunione
di fede del discepolo con lui) è possibile realizzare questa (e le altre)
condizione della sequela: è una questione di fede prima che di ascetica rinuncia.
Rinnegamento di sé e ricerca della
vita
Nel passo di Mc 8,34ss Gesù motivava
la richiesta del rinnegamento di sé con altre frasi. La prima è il famoso
detto sulla necessità di perdere la vita per Gesù come condizione per poterla
trovare. Abbiamo visto che c’è una continuità di significato tra le due espressioni
(anche se cambia la forma: la prima è un comando, la seconda quasi la formulazione sapienziale di una legge
di vita): in entrambi i casi Gesù chiede una rinuncia (rinnegare/perdere),
non a qualcosa ma all’oggetto più caro cui l’uomo è attaccato, cioè se stesso/la
propria vita. Questo parallelo ci permette di comprendere l’espressione ‘rinnegare
se stesso’ alla luce dei detti di Gesù sul perdere la vita (Mt 10,39; 16,25;
Mc 8,35; Lc 9,24; 14,26; 17,33; Gv 12,25). Essi, con la loro forma di un parallelismo
sinonimico costruito a chiasmo, sintetizzano bene la legge ‘pasquale’ della
vita, il ‘rovesciamento’ che il vangelo chiede al nostro modo di pensare e
di vivere: perdere per trovare, rinnegare per affermare, offrire per ricevere,
abbassarsi per essere innalzati. L’affermazione di sé porta alla negazione;
viceversa il rinnegamento porta a ritrovarsi. Il rinnegamento non è per un
di meno, ma per un di più; non è un fine ma una tappa intermedia, il cui termine
è la vita in pienezza. A questa serie di detti si devono accostare quelli
in cui Gesù parla di sé (alla terza persona) come colui che dà la vita (Mt
20,28; Mc 10,45; Gv 10,11), e indica nel ‘dare la vita per gli amici’ la misura
massima dell’amore (Gv 15,13). Egli si propone concretamente come modello
di quella perdita di sé necessaria per ritrovarsi. Un’espressione simile è
usata da Pietro nel dialogo con Gesù in Gv (13,37). Alla promessa di Pietro
Gesù risponde predicendogli la triste esperienza del rinnegamento (come comportamento
opposto al primo). In questo passaggio si può dunque interpretare il ‘dare
la vita per Gesù’ come sinonimo di rinnegare se stessi: si tratta di mettere
in gioco la vita, la totalità di se stessi (desideri, progetti, identità,
riconoscimento, realizzazione, e non semplicemente delle idee); si tratta
di una disposizione totale di sé, non di una operazione intellettuale, ma
della disponibilità ad assumere come criterio della propria realizzazione/felicità
non i propri desideri e valori ma quelli di Gesù, che nel contesto presente
sono orientati al dono di sé in obbedienza al Padre per amore dei fratelli.
In questo dono della vita si vede la consistenza dell’amore: di Gesù per i
suoi e dei discepoli per i loro fratelli. E’ in nome dell’amore che trova
senso il rinnegamento di sé
Rinnegamento di sé e croce di Gesù.
In Mc 8,34 ‘rinnegare sé è messo in
parallelo con ‘prendere la propria croce’, e entrambe sono condizioni per
seguire Gesù. Il rinnegamento di sé è condizione della sequela perché si tratta
della sequela di colui che va incontro alla croce. Perché bisogna rinnegare
se stessi? Perché Gesù che va verso Gerusalemme fa così. Perché Gesù rinnega
se stesso? Ultimamente la necessità di negare se stessi per seguire Gesù non
si fonda su una ‘scelta’ o una preferenza di Gesù, ma su una ‘necessità’ divina,
la stessa che chiede al Figlio il sacrificio della vita. Gesù con la sua vita
di totale obbedienza al Padre è il modello di quella negazione di sé che egli
ha richiesto ai suoi seguaci; negazione il cui motivo fa parte del mistero
di Dio: un motivo che Gesù non ‘spiega’, ma che ‘mostra’ con la sua vita.
L’illustrazione più completa di cosa
significhi (qual è il modo, il motivo, lo scopo) rinnegare se stessi è la
passione/morte di Gesù (la conclusione di tutto il racconto), che si può vedere
anticipata nella forma di una risposta cosciente e libera nella scena di Gesù
che invoca il Padre nel giardino del Getsemani (collocata tra le promesse
di Pietro e il suo rinnegamento di Gesù). Essa presenta in modo concreto (quasi
letterale: non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu) e inequivocabile che
cosa significa ‘dire di no a se stessi’ e la sua ragione ultima: non c’è un
‘dire di no a sé se non per poter ‘dire di sì a Dio’ e accogliere la vita
(oltre la morte) come un dono suo.
© Gianmarco Paris, marzo 2001