L'esegesi biblica e la fede
2. L'esegesi scientifica della Bibbia
3. Il credente di fronte al metodo storico-critico
4. La lettura letteralista - fondamentalista
5. Il principio dell'Incarnazione giustifica il metodo storico-critico
6. Esegesi e fede: esigenza e aiuto reciproci
La scelta di trattare questo argomento è dovuta alla diffusa convinzione che
questi due termini, "esegesi biblica" (cioè lo studio scientifico della bibbia,
d'ora in avanti semplicemente "esegesi") e "fede" (intesa la fede del cristiano)
siano in forte tensione, quasi che l'una escluda l'altra...
Non che questo sia sostenuto da testi magisteriali, anzi, essi ribadiscono tante
volte che è vero il contrario (1), pur mettendo in guardia
da possibili deviazioni, ma è presente a livello di sentimento diffuso tra molti
credenti, tra i quali non pochi ministri ordinati (malgrado lo studio della
teologia e dell'esegesi nelle facoltà universitarie), predicatori, catechisti
e laici impegnati.
Da dove
nasce il problema?
2. L'esegesi scientifica della Bibbia
L’esegesi scientifica della Bibbia (qui si intende soprattutto il
cosiddetto "metodo storico-critico") ha come presupposto che i testi biblici non
sono semplicemente piovuti dal cielo come scritti sacri, ma hanno una genesi ed
un'evoluzione storica. Perciò per comprendere pienamente un testo occorre
conoscere, o almeno cercare di conoscere, la sua preistoria (l'ambiente in cui è
nato), il suo genere letterario (se è una cronaca, un racconto didattico, una
poesia, ecc.) e l'opera di elaborazione di quelli che hanno raccolto e messo per
iscritto le fonti orali o gli scritti precedenti.
Il fine è soprattutto
quello di comprendere il significato che l’autore originario intendeva
comunicare ai suoi lettori o ascoltatori, di stabilire cioè con un sufficiente
grado di certezza qual era la sua intenzione nel rivolgersi con quel testo a
quei destinatari originari.
Perché è importante, anzi necessario, questo
studio storico?
Perché il lettore di un'altra epoca, di un'altra cultura e in
un'altra situazione di vita è naturalmente portato a mettere quel testo, in
rapporto con il proprio orizzonte interpretativo, con il rischio concreto di
fargli dire delle cose che quel testo non voleva dire: insomma, invece di fare
"esegesi" (dal greco "ex-ago", "tirare-fuori", estrarre il significato,
"interpretare"), si attribuiscono al testo dei significati che esso non ha e che
sono determinati dalla soggettività del lettore ("en-ago", mettere dentro,
introdurre).
Si comprende subito quanto questo sia cruciale
nell'interpretazione del testo sacro, destinato a diventare norma di vita per il
credente.
3. Il credente di fronte al metodo storico-critico
Perché dunque capita che il credente si sente minacciato dall'esegesi moderna
che adotta prevalentemente il metodo storico-critico? La ragione va ricercata
nel fatto che essendo "critico" esso tende a mettere in dubbio molte cose, a
riconsiderare e a volte a correggere delle convinzioni che sembravano far parte
della fede (2).
Per fare qualche esempio:
- lo studio critico del Pentateuco (da Genesi al Deuteronomio) ha dimostrato che questi cinque libri, così come li abbiamo, non sono stati scritti da Mosè, com'era stato ritenuto tradizionalmente, ma contengono testi di diverse origini e di varie epoche successivamente raccolti insieme.
- in modo analogo, lo studio critico dei vangeli ha dimostrato che essi non sono grandi racconti stesi ciascuno da un unico autore, il quale avrebbe riferito una testimonianza diretta di quanto Gesù aveva detto e fatto, ma contengono piuttosto una rassegna di piccole unità letterarie, provenienti dalla catechesi della Chiesa primitiva. Non è più possibile, quindi, fare la prova della storicità dei vangeli dicendo che sono l'opera di testimoni ben informati e perfettamente sinceri. La loro origine appare più complessa e la loro connessione con i fatti meno diretta (3).
4. La lettura letteralista - fondamentalista
Per chi ha una fede poco formata intellettualmente e non consapevole della
posizione del magistero su tale argomento, può allora pensare che l'esegesi
possa essere dannosa alla fede stessa, e perciò tende a prediligere - anche
senza esserne consapevole, e quindi in buona fede - l'interpretazione
"letteralista", quella cioè che ritiene che la bibbia vada letta e interpretata
letteralmente i tutti i suoi dettagli, quasi come una fonte di conoscenza
storica e ricettario di risposte pronte su tutti i problemi della vita. Se ad
esempio si legge che Dio creò l'universo in sei giorni, qualsiasi altra
spiegazione, anche scientifica, andrebbe dunque rigettata come errata e dannosa
alla fede. Sappiamo dalla storia, a volte anche drammatica, dove ha portato
questa ideologia (basti pensare al caso Galileo...).
Un'attenta lettura del
testo biblico mostra invece che è impraticale - pena l'andare incontro ad una
evidente contraddizione - e fuorviante il prendere alla lettera tutti gli
enunciati della Scrittura, specialmente se estrapolati dal contesto in cui si
trovano (è questo invece il modo di procedere di quanti praticano la lettura
fondamentalista della Bibba, come ad esempio i Testimoni di Geova).
Due
esempi tratti dai vangeli (ma se ne potrebbero citare molti di più): il discorso
della montagna in Matteo (cap. 5-7) è ambientato appunto su una montagna (5,1);
nel parallelo che troviamo in Luca (6,17.20-23) si parla invece di una pianura;
i racconti delle apparizioni del Risorto tratte dai quattro vangeli, se
confrontate tra loro, presentano variazioni così notevoli che rendono
praticamente impossibile farli concordare tra loro. Dovremme allora concludere
che una "verità" annulla l'altra? O dovremmo squalificarle tutte? A questo
condurrebbe - a rigor di logica - una lettura letteralista-fondamentalista.
5. Il principio dell'Incarnazione giustifica il metodo storico-critico
La Bibbia stessa, dunque, insegna al credente che non deve praticare una lettura
rigida, ottusa, o concordista: "il carattere storico della rivelazione cristiana
fa sì che una certa flessibilità mentale è necessaria per accoglierla adeguatamente"(4).
In questo senso anche il papa afferma: "il Dio della Bibbia non è un Essere
assoluto che, schiacciando tutto ciò che tocca, sopprimerebbe tutte le differenze
e tutte le sfumature... lungi dall'annullare le differenze, Dio le rispetta
e le valorizza" (5).
Il principio che giustifica e incoraggia l’uso del metodo storico critico nella
lettura e nell'interpretazione della Scrittura è lo stesso dell’Incarnazione:
come non penseremmo mai di negare la piena umanità di Cristo, così non possiamo
negare o sottovalutare l’umanità della Scrittura; Dio non ha dettato la sua
Parola nella Scrittura, ma l’ha sottomessa a tutti i limiti del linguaggio umano
(6).
Non c'è quindi incompatibilità tra fede e metodo storico-critico: "la Chiesa
di Cristo prende sul serio il realismo dell'Incarnazione ed è per questa ragione
che essa attribuisce grande importanza alla studio storico-critico della Bibbia"
(7).
6. Esegesi e fede: esigenza e aiuto reciproci
Ciò non toglie che possa darsi un'esegesi razionalista, che cioè esclude a
priori qualsiasi evento soprannaturale, come sono ad esempio i miracoli, ed
allora tale precomprensione impedirà una corretta esegesi del testo biblico che
tratta appunto di questi interventi straordinari di Dio.
Se è inevitabile, ed anche necessario, che ogni esegeta si accosti ai testi
biblici con una propria precomprensione, bisogna dire che la giusta precomprensione
è quella del credente: perché l'esegesi sia fruttuosa è necessario interpretare
i testi nello stesso spirito in cui furono scritti, cioè nello spirito di fede
(8): perché sia utile alla fede, bisogna che sia praticata
nella fede (9).
La fede allora non è affatto un ostacolo alla giusta comprensione dei testi
biblici, anzi essa è di grande aiuto per una comprensione più esatta e più completa
(10).
In questo senso, come afferma ancora il papa, "è necessario che lo stesso esegeta
percepisca nei testi la parola divina, e questo non gli è possibile che nel
caso in cui il suo lavoro intellettuale venga sostenuto da uno slancio di vita
spirituale" (11).
Concludiamo con le parole di P. Vanhoye:
Può succedere che i rapporti tra l'esegesi e la fede siano di forte tensione, anzi di contrapposizione mutua, se l'esegesi parte da presupposti contrari alla fede o se la fede, rimasta infantile, non è in grado di integrare le conclusioni di una sana esegesi. Ma in linea di massima, i rapporti dovrebbero essere armonici, unendo tuttavia all'aspetto dell'aiuto reciproco quello dell'esigenza reciproca. ... La fede aiuta l'esegesi a interpretare correttamente la Scrittura ispirata, senza lasciarsi " sballottare dalle onde e portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina " (Ef 4,14). D'altra parte, la fede esige dall'esegesi uno studio in profondità del messaggio principale dei testi biblicí, che è un messaggio religioso. ... L'aiuto reciproco e l'esigenza reciproca assicurano alla fede e all'esegesi un dinamismo vitale, senza il quale la fede rischierebbe di diventare languida e l'esegesi vuota (12).
NOTE:
(1) Cf. Enchiridion Biblicum, nn. 644-659; oppure la Dei Verbum n. 19. Testo non direttamente magisteriale, ma approvato dal magistero è: Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Roma 1993.
(2) Cf. A.Vanhoye, "L'esegesi biblica e la fede", in Seminarium, 37/1 (1997) 48-55, p. 48.
(3) Liberamente tratto da: Vanhoye, "L'esegesi biblica...", p. 48-49
(5) Discorso di Giovanni Paolo II del 23 aprile 1993 sull'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, n. 8.
(9) Cf. Vanhoye, "L'esegesi biblica...", p. 53.
(11) Giovanni Paolo II, sull'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, n. 9.
(12) Vanhoye, "L'esegesi biblica...", p. 55.
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Pino Pulcinelli Roma, ottobre 2000 |