INTRODUZIONE AL N.T.

 

1. La Bibbia, tanti libri, un solo libro

2. Che cos'è il Nuovo Testamento?

3. Le date principali del Nuovo Testamento

4. Esistono testimonianze su Gesù Cristo al di fuori del Nuovo Testamento?

5. Come sono nati i vangeli?

6.Che cosa sono i vangeli sinòttici?

7. Perché quattro vangeli e non uno solo?

8. Gli Apòcrifi: i "vangeli" non ispirati

9. Qual è il migliore approccio ai testi evangelici dal punto di vista scientifico?

10. Quale immagine ci possiamo fare della figura di Paolo dalla lettura degli Atti e delle sue lettere?

11. Cosa rimane della testimonianza di Paolo nel NT?

 

 

   

1. La Bibbia, tanti libri, un solo libro

La Bibbia più che un libro è una biblioteca: raccoglie infatti 73 scritti di vario contenuto: storico, profetico, sapienziale e didattico, normativo, apocalittico... composti in parte prima di Cristo (Antico Testamento: 46 libri), in parte dopo Cristo (Nuovo Testamento: 27 libri). Non è solo una distinzione di tempo ma soprattutto di prospettiva: i libri scritti prima di Gesù rappresentano la speranza dell’antico Israele, con l’annuncio e l’attesa del Messia promesso; quelli scritti dopo rappresentano la fede del nuovo Israele, la Chiesa, nel compimento di tutte le promesse dell’AT in Gesù di Nazaret.

La Bibbia è stata scritta in poco più di 1000 anni: i testi più antichi risalgono ai sec. XI-X a.C., i più recenti alla fine dell’età apostolica (circa 120 d.C.). I Vangeli, nella forma attuale, furono redatti probabilmente tra gli anni 65-80 (quello di Giovanni verso il 90-100). La rivelazione biblica è iniziata quando Dio chiamò Abramo, un pastore nomade che viveva in Mesopotamia (tradizionalmente si colloca nel XVIII sec. a.C.), e stabilì con lui un’Alleanza. Per secoli la parola di Dio rimase legata alla memoria orale dei "figli di Abramo", finché si impose la scrittura. I grandi eventi delle origini (la creazione, il peccato dei progenitori, il diluvio...) appartengono alla memoria stessa dell’umanità e nella Bibbia rappresentano una meditazione ispirata dalla fede nel "Dio che salva" e che non è mai stato assente dalla vita dell’uomo.

Il criterio di raccolta dei libri biblici non risponde alla curiosità umana o alla completezza storica: Dio, autore principale della Bibbia, ha ispirato gli autori umani a scrivere tutto e solo ciò che egli riteneva importante nel piano spirituale della salvezza. Lo dichiara apertamente Giovanni: "Ci sarebbero molte altre cose che Gesù fece: se si scrivessero tutte penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si dovrebbero scrivere... Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate la vita nel suo nome" (Gv 20,30; 21,25).

I libri sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento sono raccolti nella Bibbia secondo un ordine solo tradizionale che non segue un rigido criterio cronologico, né implica una valutazione d’importanza: tutti i libri sono ugualmente importanti, e si possono leggere con frutto in qualsiasi ordine.
 
CAPITOLI E VERSETTI. Per facilitare la lettura liturgica nelle chiese, si adottò (nel 1226) la divisione dei testi biblici in capitoli; poi, per facilitare lo studio e il confronto, si adottò anche la suddivisione in versetti (righe di testo numerate a margine). Tale numerazione, iniziata a Lucca nel 1528 per il Nuovo Testamento, fu completata per l’intera Bibbia nel 1555.


 

2. Che cos'è il Nuovo Testamento?

IL NUOVO TESTAMENTO è la raccolta dei 27 libri canonici che costituiscono la seconda parte della Bibbia cristiana e che vennero scritti in seguito alla vita e alla predicazione di Gesù di Nazaret; oltre alla persona di Gesù presentano le vicende della Chiesa nascente. Nuovo Testamento o Nuova Alleanza è un'espressione utilizzata dai cristiani per indicare il nuovo patto stabilito da Dio con gli uomini per mezzo di Gesù Cristo (cf. Lc 22,20; 1Cor 11.25), messia atteso da Israele, morto in croce e risorto secondo le scritture di Israele, compimento di tutte le promesse dell’Antica Alleanza (Vetus Testamentum). I libri del NT sono scritti in greco con numerosi semitismi.

I QUATTRO VANGELI secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono la narrazione della storia della salvezza che si compie in Gesù di Nazareth, dalla sua nascita nel grembo verginale di Maria fino alla morte, resurrezione e ascensione in cielo.

ATTI DEGLI APOSTOLI. Si potrebbero chiamare il Vangelo della Chiesa, e narrano il prodigioso espandersi del Vangelo "in tutta la Giudea, la Samarìa e fino all’estremità della terra" (cf. At 1,8). Protagonisti sono prima Pietro, poi Paolo, l’apostolo dei pagani, che porterà il Vangelo nelle regioni del Mediterraneo orientale, fin dentro la casa di Cesare (cf. At 27,24) come prigioniero a Roma.

LETTERE DEGLI APOSTOLI (sono 21, delle quali 13 sono attribuite a Paolo, 1 attribuita a un suo discepolo, 3 attribuite a Giovanni, 2 a Pietro, 1 a Giacomo, 1 a Giuda). Sono i primi documenti scritti dagli apostoli (o da loro discepoli), per spiegare il Vangelo di Gesù nel divenire concreto della storia. Varie di queste lettere sono più antiche dei Vangeli, e ne riflettono il messaggio in modo vivo e originale, riproposto nel linguaggio greco allora comunemente parlato nell’area del Mediterraneo orientale.

APOCALISSE (o rivelazione), è il libro che conclude il canone della Bibbia. Scritta da Giovanni, prigioniero nell’isola di Patmos, interpreta le vicende della Chiesa perseguitata con immagini difficili e misteriose, come profezia della fine dei tempi.


 

3. le date principali del Nuovo Nestamento

La cronologia del Nuovo Testamento è sufficientemente attendibile nella sua impostazione generale, anche se la datazione di molti avvenimenti resta approssimativa.

6-7 a.C. NASCITA DI GESU’.

4 a.C. Morte di Erode il Grande.


4 a.C.- 6 d.C. Archelào etnarca di Giudea e Samarìa.

4 a.C.-37 d.C. Erode Antìpa tetràrca di Galiléa e Peréa.

6 d.C. Inizia il governo dei Procuratori romani.

27-28 Probabile inizio della predicazione di Giovanni Battista e della vita pubblica di Gesù.

30 Venerdì 7 aprile. Parascéve di Pasqua: è la data più probabile della MORTE DI GESU’.

 

32-35 Martirio di Stefano. Conversione-chiamata di Saulo-Paolo.

45-56 Viaggi missionari di Paolo.

49 Concilio di Gerusalemme: i pagani convertiti non sono tenuti all’osservanza della circoncisione e delle leggi e norme giudaiche.

58-60 Paolo prigioniero a Gerusalemme e a Cesaréa. "Appello a Cesare".
Naufragio a Malta.

60-62? Prigionia romana e martirio.

64 Persecuzione di Nerone contro i cristiani; martirio di Pietro.

65-80 Redazione del Vangelo di Marco, di Matteo, di Luca e degli Atti degli Apostoli.

66-70 Guerra giudaica e distruzione di Gerusalemme.

90-100 Redazione del Vangelo di Giovanni.
 

4. Esistono testimonianze su Gesù Cristo al di fuori del Nuovo Testamento?

FLAVIO GIUSEPPE (37-102 d.C.) è il più importante storico dei fatti di Palestina. Nato a Gerusalemme, mandato a Roma intorno ai 25 anni capì l’inutilità della resistenza antiromana, ma nel 66 il sinédrio gli affidò il comando della Galiléa contro i Romani. Catturato da Vespasiano, gli predisse che sarebbe diventato imperatore e rimase nel suo quartier generale forse come interprete.

Dopo la caduta di Gerusalemme andò a Roma e assunse il nome gentilizio della "gens Flavia". Scrisse la "Guerra giudaica" e le "Antichità giudaiche". Morì dopo il 102.

Sebbene sia quasi contemporaneo di Gesù, Flavio Giuseppe lo nomina appena. Accenna a Giovanni Battista "uomo di grande autorità presso il popolo", e quanto a Gesù: "Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, se pur conviene chiamarlo uomo; egli infatti compiva prodigi, ammaestrava gli uomini che con gioia accolgono la verità, e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo, E dopo che Pilato, dietro denuncia dei nostri primi cittadini, lo condannò alla crocifissione non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve ai suoi discepoli il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. Il gruppo che porta il nome di cristiani non è ancora scomparso". (Ant. 18,63-64)

Questo "testimonium flavianum" appare troppo esplicitamente ispirato al Vangelo: il testo potrebbe essere stato ritoccato o postillato da qualche antico copista cristiano (del testo riportato sopra soltanto le frasi sottolineate sono probabilmente originali). Un altro testo riferisce: "Il sommo sacerdote Anna fece comparire davanti al sinedrio Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo, insieme con alcuni altri, e li condannò a morire lapidati" (nel 62 d.C.).

PLINIO IL GIOVANE (62-114) governatore della Bitinia, in una lettera del 112 dC: indirizza una lettera all’imperatore Traiano per chiedere istruzioni su un procedimento giudiziario; egli scrive: "Ecco nel frattempo come mi sono comportato con coloro che mi sono stati deferiti come cristiani. Domandai loro se fossero cristiani. A quelli che rispondevano affermarivamente ripetei due o tre volte la domanda, minacciando il supplizio: quelli che perseveravano li ho fatti uccidere. Non dubitavo, infatti, qualsiasi cosa fosse ciò che essi confessavano, che si dovesse punire almeno tale pertinacia ed inflessibile ostinazione... I cristiani si riuniscono in un giorno prefissato e cantano un inno in onore di Cristo come a un Dio. Tale superstizione s’è sparsa dappertutto, non solo nelle città e nei paesi ma anche nelle campagne". (Epist. 10,96)

Lo storico TACITO (55-120) negli "Annali" dà questa testimonianza: "Per togliersi di dosso quest’accusa (di essere colpevole dell’incendio di Roma), Nerone fece condannare e suppliziare coloro che la gente chiamava cristiani, che erano odiati per i loro costumi. Questo nome proviene loro da Cristo che, sotto il regno di Tiberio, il procuratore Ponzio Pilato consegnò al supplizio. Repressa per il momento, questa detestabile superstizione doveva poi apparire di nuovo non solo in Giudea, dove il male aveva avuto origine, ma anche in Roma". (XV 44,2-5)

Lo storico SVETONIO (75-150) nella "Vita di Claudio" scrive: "Claudio espulse i giudei da Roma, visto che sotto l’impulso d’un certo Chrestus non cessavano di agitarsi". (Claudius 25)

Nel TALMUD DI BABILONIA (sec. II-V) si legge: "Alla vigilia di Pasqua fu crocifisso Gesù di Nàzaret... Egli aveva esercitato la magia e sedotto Israele, trascinandolo nella rivolta... Non si trovò nessuno che lo difendesse". (TB Sanhedrin 43a).
   

5. Come sono nati i vangeli?

 I quattro scritti originariamente non portavano il nome di Vangelo, che fu attribuito loro senza possibilità di equivoco per la prima volta da Giustino, nel II sec d. C. (Apol. 66, 3). Infatti il termine euaggèlion non avrebbe mai potuto evocare l’immagine di un libro, ma piuttosto quella di un messaggio proclamato oralmente, che rende manifesta  la gioia e la salvezza del Regno di Dio, già presente. Con questo significato era stato infatti coniato dalla Bibbia dei LXX - l’AT scritto in greco dalla comunità ebraica di Alessandria d’Egitto nel III sec. a. C. – (cfr. Is 52,7) e in modo simile lo rielabora S. Paolo nelle sue lettere riferendolo alla proclamazione del mistero pasquale tra i pagani (cfr. Rm 1,15–17).

I quattro Vangeli  nascono da un’opera di interpretazione e rielaborazione di tutto il materiale sia orale che scritto che riguardava Gesù alla luce del mistero della morte e resurrezione del Signore. Dal punto di vista letterario possiamo pensare che la loro redazione si sia realizzata organizzando in vario modo le diverse fonti di fatti e detti di Gesù attorno al racconto della passione, che sembra essere il brano unitario più antico ed esteso in ogni vangelo, tanto che un noto esegeta, M. Kähler, definì i vangeli come “racconti della passione con un’ampia introduzione”. Così i Vangeli non sono una semplice biografia su Gesù, ma  una narrazione della storia della salvezza che si è rivelata definitivamente in Gesù di Nazareth e si è compiuta particolarmente nel mistero della sua passione, morte e resurrezione (cf. At 2,22–24).

 

6. Che cosa sono i vangeli sinòttici?

Sinòssi (dal greco "syn-opsis", “insieme visione”) vuol dire visione d’insieme, con uno stesso colpo d’occhio. Per il Vangelo il termine è usato in duplice senso: la lettura sinòttica e i Vangeli sinòttici. 

LETTURA SINOTTICA: consiste nel leggere in parallelo i quattro Vangeli avvicinando i brani di uguale contenuto: data l’importanza della parola di Dio è giusto che ogni brano d’un evangelista sia meglio compreso e meglio interpretato mettendolo a confronto e integrandolo con i "passi paralleli" o le "concordanze" che si trovano negli altri evangelisti e che fanno risaltare le particolarità di ciascuno.

VANGELI SINOTTICI sono detti i Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, perché - se si scrivessero in colonne parallele l’uno accanto all’altro - si potrebbero leggere "in sinòssi", con uno stesso colpo d’occhio. Sono composti infatti in modo analogo, partendo da un identico schema, e raccontano spesso gli stessi episodi, a volte anche con lo stesso ordine e quasi con le stesse parole.

Evidentemente i tre evangelisti hanno avuto tra mano lo stesso materiale di partenza, le prime "raccolte" redatte dai testimoni, anche se poi hanno fatto ricerche personali e hanno scritto in modo autonomo. Marco ha ricordato soprattutto i fatti della vita di Gesù, mentre Matteo e Luca hanno raccolto anche molto materiale riguardante l’insegnamento di Gesù, per cui il loro Vangelo è quasi il doppio di quello di Marco.

Il materibale relativo ai fatti della vita di Gesù riportato da tutti e tre i sinòttici viene indicato come "la triplice tradizione"; quello relativo agli insegnamenti, riportato da Matteo e da Luca, come "la duplice tradizione"; quel che ciascuno ha di proprio risale invece a tradizioni diverse, conservate nelle comunità ove i tre testi vennero effettivamente redatti. Il Quarto Vangelo, quello di Giovanni, è strutturato in modo del tutto autonomo. Fu scritto dopo i tre sinòttici.
 

7. Perché quattro vangeli e non uno solo?

La presenza di quattro Vangeli come testi liturgici e ispirati nella Chiesa è stata spesso per qualcuno un problema, soprattutto laddove i testi sembrano non armonizzarsi tra di loro. Il siriano Taziano nel IV sec. d.C. ha tentato un’opera di unificazione dei quattro eliminando i contrasti e sommando gli eventi diversi. Ne è nato il Diatèssaron che è stato per qualche secolo usato come testo liturgico dalle Chiese locali in Siria, ma che dopo qualche secolo verrà abbandonato. In realtà la differenza e perfino alcuni contrasti esistenti tra i Vangeli più che un problema devono essere considerati una risorsa. Infatti il mistero di Cristo è inesauribile e capace di generare letture diverse, pur dentro una fondamentale unità. Così Matteo, Marco, Luca e Giovanni, che a causa del diverso periodo di tempo in cui sono stati scritti e del diverso tipo di comunità a cui si rivolgono hanno  visioni teologiche anche molto distanti, ci rendono possibile l’accesso alla persona di Cristo da prospettive diverse, ma tutte compatibili, perché scaturenti dalla contemplazione della stessa persona. Anzi potremmo dire che proprio dove le discordanze sono maggiori, lì più si rivela l’ottica con cui ciascun evangelista guarda al mistero di Cristo, rafforzandone la complessa unità.

La Chiesa fin dai primissimi secoli ha considerato ispirati tutti e quattro i vangeli. Nell’operazione di selezione delle fonti ispirate la Chiesa è stata guidata anche da alcuni criteri: il primo è senz’altro la apostolicità, ossia il legame stretto tra il testo e gli apostoli, che erano ritenuti gli stessi evangelisti nel caso di Matteo e Giovanni, e che erano gli apostoli Pietro e Paolo in relazione rispettivamente al Vangelo di Marco e di Luca. Connesso al precedente c’è poi il criterio della fedeltà agli insegnamenti di Gesù e degli apostoli stessi, e infine il criterio dell’uso liturgico.
 

8. Gli Apòcrifi: i "vangeli" non ispirati

Il termine apocrifo può avere almeno due accezioni: anzitutto può significare ‘segreto’, per indicare scritti riservati a persone iniziate in circoli ristretti – chiamati dagli esperti circoli ‘gnostici’ -  che rimangono nascosti alla gente comune. 

In molti casi però il termine è stato usato dai padri della Chiesa per indicare semplicemente tutti gli scritti che non rientrano nel canone dei libri ispirati. È chiaro dunque che in questa seconda accezione si raggruppano scritti provenienti da ambiti molto diversi.

Possiamo distinguere gli scritti apocrifi in:

·        Collezioni di detti di Gesù: non sono testi narrativi ma raccolte di insegnamenti di Gesù. I più noti, di matrice chiaramente gnostica, sono il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Filippo. Il titolo dato alla collezione del Vangelo di Tommaso è significativo: "Queste sono le parole nascoste dette da Gesù". Ci sono citazioni dai Vangeli canonici e da diverse tradizioni di incerta origine.

·        Narrazioni simili al Vangelo di Matteo, come il Vangelo degli Ebrei, che attribuisce particolare rilievo alla figura di Giacomo, fratello del Signore, primo Vescovo di Gerusalemme, o altri provenienti dalla setta degli ebioniti giudeocristiani (caratterizzati da una particolare concezione di Gesù come uomo assunto in Dio nel battesimo) come il Vangelo degli Ebioniti o provenienti dalle sette encratiche (caratterizzate dal rifiuto della sessualità e del matrimonio) come il Vangelo degli Egiziani.

·        Testi della passione e resurrezione di Cristo, come il Vangelo di Pietro o il Vangelo di Nicodemo.

·        Racconti della nascita e infanzia di Maria e di Gesù. Il più noto è il protovangelo di Giacomo dove si  narra della presentazione di Maria al Tempio di Gerusalemme  e si trovano i nomi dei suoi genitori, che sono rimasti nella tradizione cristiana, Gioacchino ed Anna. Qui inoltre Giuseppe viene presentato come un vedovo anziano, che aveva avuto altri figli nel suo precedente matrimonio, appunto i fratelli di Gesù.  Un altro testo molto conosciuto, chiaramente gnostico, è il Vangelo dell’infanzia di Tommaso che presenta una serie di aneddoti sull’infanzia di Gesù tra i cinque e i dodici anni.

 

9. Qual è il migliore approccio ai testi evangelici dal punto di vista scientifico?

L’orizzonte interpretativo più adatto al loro studio scientifico non può che essere duplice: da un lato come testi di letteratura devono essere studiati secondo tutte le regole e le leggi dello studio scientifico e letterario; dall’altro non può essere considerato secondario dal punto di vista dell’interpretazione scientifica il contesto vitale in cui sono stati scritti (vanno interpretati “nello stesso Spirito in cui furono scritti”, cf. Dei Verbum 12), ossia nella fede della Chiesa.

 

 

10. Quale immagine ci possiamo fare della figura di Paolo dalla lettura degli Atti e delle sue lettere?

Molte possono essere le descrizioni di san Paolo: un uomo d’azione, un pastore premuroso, un teologo… per alcuni studiosi la sua figura si staglia talmente tanto nella chiesa delle origini che andrebbe considerato il vero fondatore del cristianesimo. Se quest’ultimo giudizio è certamente esagerato, non si può tuttavia negare che senza san Paolo la storia del cristianesimo sarebbe stata molto diversa; ben più faticosamente la Chiesa delle origini avrebbe conquistato la chiarezza che il mistero pasquale di Cristo ci ha definitivamente liberati dall’osservanza della circoncisione e con essa di tutta la legge mosaica. Per un curioso paradosso, frutto del modo con cui a Dio piace spesso giocare con gli uomini, proprio colui che ha spinto più fortemente la Chiesa al di fuori dei confini dell’ebraismo istituzionale dell’epoca, sia per l’impulso missionario, sia per la visione teologica è uno che amava definirsi fariseo zelotès, (cf. Fil 3,6) ossia, diremmo noi oggi, ebreo integralista. Difficilmente potremmo spiegare questo paradosso su un piano psicologico o sociologico, nonostante tutti i tentativi proposti; dobbiamo invece entrare nel mistero di quella trasformazione radicale di tutte le sue categorie religiose e bibliche che è avvenuta sulla via di Damasco. Da buon ebreo aspettava il messia in un tempo futuro, ora sa che questo tempo è già arrivato nella morte e resurrezione di Gesù. Paolo ha forte consapevolezza di ciò che è accaduto, lo vive come un mistero che progredisce nella sua vita e lo descrive a partire dalle immagini profetiche della vocazione come nascita e rinascita (cf. Gal 1,11–17).

 A ben guardare, però, già dal punto di vista umano la personalità di Paolo può apparire come particolarmente adatta alla missione cui il Signore lo chiama. È nato e cresciuto a Tarso di Cilicia, una importante città ellenistica dell’Asia minore, dove è certamente entrato in contatto con la cultura greca. Inoltre, non dimentichiamolo, era cittadino romano, per un privilegio del tutto particolare ereditato alla nascita. Il suo nome può ben sintetizzare la complessità dei suoi riferimenti culturali e sociali: Sàulos è il nome grecizzato di Shaùl, il primo re di Israele, della tribù di Beniamino, la stessa cui appartiene Paolo, nome che nel latino Paulus significa letteralmente “piccolo” ed era il praenomen (oggi diremmo il soprannome) della gens Aemilia, una nobile e potente famiglia romana.

 

11. Cosa rimane della testimonianza di Paolo nel NT?

L’eredità di Paolo non è riducibile né ad insieme di visioni teologiche né ad un corpus letterario né infine alla sua azione missionaria. È piuttosto la risultante di due direttrici: da un lato la missione, che si dispiega in tre grandi viaggi missionari compresi tra il 45 e il 56 d.C., con la generazione di nuove Chiese locali, con cui egli continua a tenere rapporti profondi e delicati di paternità spirituale e di guida carismatica; e dall’altro la riflessione sul mistero di Cristo, che scaturisce dall’interno delle esigenze della missione ma che è poi capace di elevarsi fino alle vette della contemplazione mistica. L’interrogativo dei Tessalonicesi sul destino dei cari che muoiono prima del ritorno di Cristo, il tentativo dei predicatori cristiani giudaizzanti di imporre la circoncisione nelle Chiese della Galazia, le divisioni interne alla vivace comunità di Corinto, ecc… sono alcuni degli spunti a partire da cui Paolo elabora la sua visione teologica: la resurrezione di Cristo come causa e segno della nostra futura resurrezione, la centralità e superiorità della morte e resurrezione di Cristo sulle pratiche della legge mosaica, la sapienza paradossale della croce contro ogni spiritualismo libertino o rigido legalismo, due facce della stessa medaglia che si chiama assenza di carità. La carità è il culmine della vita cristiana perché è il cuore pulsante della vita di Dio, che Paolo contempla attraverso il volto di Cristo, come in uno specchio (cf. 1Cor 13,12).

Nell’intero corpus delle sue lettere noi troviamo la testimonianza della sua vita, nell’azione missionaria e nella riflessione teologica; la Chiesa ha subito riconosciuto che l’importanza di questi scritti valicava i confini delle motivazioni contingenti che ne erano state la causa. Già la seconda lettera di Pietro, scritta probabilmente all’inizio del secondo secolo d.C., attribuisce alle lettere di Paolo il rango delle “altre scritture” (2Pt 3,16), ponendole in qualche modo sullo stesso piano delle scritture ebraiche, cioè di testi ispirati.

La prima lettera in ordine cronologico scritta da Paolo è probabilmente la prima lettera ai Tessalonicesi, databile nel contesto secondo viaggio missionario, quando Paolo si trova a Corinto tra il 50 e il 52 d.C, dopo avere evangelizzato le città greche di Filippi, Tessalonica, Berea e Atene. Al periodo efesino (53–56 d.C.) nel terzo viaggio missionario vanno fatte risalire la lettera ai Galati e la prima lettera ai Corinti e durante la prigionia probabilmente scrive anche la lettera ai Filippesi e il biglietto a Filemone. Poi Paolo si sposta a Troade e in macedonia da dove scrive le seconda lettera ai Corinti (autunno del 57 d.C.). Passerà l’inverno di quello stesso anno a Corinto, da dove scrive e poi invia la lettera ai Romani, con l’intenzione di recarsi poi personalmente a Roma. La seconda lettera ai Tessalonicesi e le lettere agli Efesini e ai Colossesi sono considerate pseudoepigrafe, cioè scritte da discepoli di Paolo che ne hanno proseguito il pensiero e che poi le hanno poste sotto la paternità dello stesso apostolo.

 

 

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