LA PARABOLA

Sommario

1. Definizione

2. Come e’ costruita una parabola e come funziona

3. Effetto parabola

4. La comprensione di una parabola

5. Evoluzione delle parabole: dal Gesù storico al redattore del vangelo

 

   

Al contrario di quanto sembrerebbe a prima vista, non è facile dire che cos’è una parabola.

 

1. Definizione


Un tentativo non molto recente di definizione di parabola è quello che le connota come “frontiere dell’Evangelo”. L’annunzio del Vangelo è evento di grazia che, accolto nella fede, conduce alla salvezza. La parabola assume, in questa prospettiva una funzione di servizio: passando dal piano dell’annuncio a quello del dialogo, la parabola vuole preparare la via al Vangelo, vuole rimuovere i pregiudizi. Richiamandosi alla razionalità dell’interlocutore, la parabola intende liberare l’uditore dagli ostacoli che possono intromettersi fra lui e l’accoglienza dell’annuncio di fede; quest’ultimo non rientra nella finalità propria della parabola, che difatti può essere raggiunta anche se l’interlocutore dovesse optare per il rifiuto di tale annuncio.

Compreso questo ruolo all’interno dei Vangeli, la parabola può essere intesa come un racconto fittizio, narrante cioè una vicenda verosimile (non che sia necessariamente accaduta ma che potrebbe verificarsi) e direzionale, cioè finalizzato ad un scopo, costruito strategicamente per sortire un certo effetto e provocare una reazione nell’interlocutore. 

Nel confronto con altri espedienti letterari, la parabola possiede caratteristiche proprie che non la rendono assimilabile alla allegoria né alla metafora. Cerchiamo di comprenderne le differenze:

-         Parabola e allegoria

L’allegoria gioca su un continuo scambio tra immagine e realtà, tra racconto fittizio e vicenda reale, per cui l’ascoltatore comprende fin da subito il tentativo di comparazione in atto tra loro, impedendo proprio il mascheramento, condizione necessaria all’effetto parabola che consiste, come vedremo più accuratamente dopo, nel far sentire ad un certo punto l’interlocutore “con le spalle al muro” rispetto alla vicenda narrata.

-         Parabola e metafora

La metafora è costruita sulla giustapposizione di due diversi campi semantici. Nella parabola non si verifica questo giustapposizione: non nella vicenda fittizia sviluppata attorno ad una logica interna ben precisa, né al momento del trasferimento nel mondo reale, trasferimento che si basa necessariamente su una identità strutturale tra le due situazioni. Nella parabola il confronto poi non avviene a livello semantico (vedremo che non tutti gli elementi del racconto vanno presi in considerazione) ma, per l’appunto, a livello logico-strutturale.

-         Parabola e comparazione

La parabola non è una comparazione ampliata e prolungata. Non è sufficiente che ci sia un qualsiasi legame tra due frasi e/o due racconti perché sia abbia necessariamente una parabola. Il trasferimento dal reale al fittizio e viceversa deve condurre a quel preciso giudizio, e non ad un altro.

 

 

2. Come e’ costruita una parabola e come funziona

L’autore della parabola mette in scena una vicenda, costruisce un racconto fittizio che però non esclude l’utilizzo di elementi realmente esistenti; l’ambientazione del racconto fittizio risulta pertanto spesso legata ad un contesto sociale e culturale specifico. Ciò è da tenere in considerazione, sempre però in un’ottica di subordinazione rispetto all’intenzione del parabolista, per cui non tutti gli elementi del racconto fittizio andranno ripresi nella parte applicativa della parabola. Questa costruzione consente all’autore di trasferire i suoi ascoltatori in un mondo fittizio. Ma il trasferimento è provvisorio: ad un certo punto gli ascoltatori verranno ritrasferiti dal fittizio al reale, si troveranno faccia a faccia con una realtà ben determinata, che l’autore della parabola aveva in mente sin dall’inizio e in funzione della quale aveva costruito il racconto. Questo doppio passaggio permette all’autore di condurre l’interlocutore verso un giudizio che, nel contesto della vicenda reale, quest’ultimo non avrebbe mai pronunciato per non mettersi contro se stesso: il racconto fittizio induce l’ascoltatore a prendere posizione nettamente, non comprendendo la simmetria con la vicenda di cui è protagonista. La parabola nella sua applicazione è quindi come un’improvvisa doccia fredda, una specie di tranello (mirante però alla salvezza e non alla rovina) che scatta quanto è ormai troppo tardi per tirarsene fuori. Questo artificio ha lo scopo di far allentare quelle resistenze interiori che inevitabilmente scattano appena ci si accorge di essere interpellati o coinvolti in prima persona, quando ci si trova di fronte a qualcosa che implica il mettersi in questione, o quando si sente che riconoscere e ammettere la verità costerebbe qualcosa. Perché la parabola funzioni correttamente occorre pertanto che il racconto fittizio sia saldamente strutturato in modo tale che il giudizio che l’interlocutore è chiamato a pronunciare sia quello pensato dal parabolista e non un altro; inoltre la vicenda fittizia deve trovare il giusto equilibrio tra diversità ed identità con la vicenda reale tale che quella stessa valutazione possa essere applicata alla vicenda reale.

Per sintetizzare:

L’autore della parabola mette in scena una vicenda, costruisce un racconto, così da trasferire i suoi ascoltatori in un mondo fittizio.

Ma il trasferimento è provvisorio: ad un certo punto gli ascoltatori verranno ritrasferiti dal fittizio al reale, si troveranno faccia a faccia con una realtà ben determinata, che l’autore della parabola aveva in mente sin dall’inizio e in funzione della quale aveva costruito il racconto.

Perché questo passaggio?

Risposta: Perché da quel trasferimento nel fittizio si ritorna portando con sé qualcosa.

Ecco un esempio dall’AT: 2Sam 12, 1-7.
L’antefatto di questo episodio è noto ai più: Davide si era reso colpevole non solo di adulterio con Betsabea ma anche dell’omicidio del marito di lei, Uria l’Hittita. A questo punto interviene il profeta Natan con questo racconto, per suscitare la reazione del re Davide.

Cerchiamo di cogliere gli elementi prima definiti teoricamente:
-        
la vicenda del duplice peccato di Davide è il racconto reale, l’antefatto;
-         l’episodio narrato da Natan è il racconto fittizio;
-         “Quell’uomo è degno di morte” è il giudizio pronunciato da Davide, già presente nelle intenzioni del profeta Natan.
-         “Sei tu quell’uomo” è la frase che scatena l’effetto parabola e che conduce Davide alla comprensione del male compiuto

Il Signore mandò a Davide Natan che, entrato da lui, disse:

"C'erano due uomini in una stessa città, uno ricco e uno povero:
il ricco possedeva greggi e armenti in grande abbondanza;
il povero non aveva che un'agnella, piccolina, che aveva comprato; l'aveva nutrita ed era cresciuta insieme con lui e con i suoi figli; mangiava dal suo piatto, beveva dal suo bicchiere e dormiva sul suo seno: era per lui come una figlia.
Un viandante giunse dall'uomo ricco; questi però non andò a prendere del suo gregge e del suo armento per preparare all'ospite venuto da lui, ma prese l'agnella di quel povero e la preparò per l'uomo venuto da lui".
Davide arse d'ira contro quell'uomo e disse a Natan: "Per la vita del Signore, l'uomo che ha fatto questo è certamente degno di morte!
Pagherà quattro volte l'agnella per aver compiuto un tale misfatto e per non aver avuto compassione".

Natan rispose a Davide: "Sei tu quell'uomo!

Dicevamo che la parabola nella sua applicazione è come un’improvvisa doccia fredda, una specie di tranello (mirante però alla salvezza e non alla rovina) che scatta quanto è ormai troppo tardi per tirarsene fuori. Questo artificio ha lo scopo di far allentare quelle resistenze interiori che inevitabilmente scattano appena ci si accorge di essere interpellati o coinvolti in prima persona, quando ci si trova di fronte a qualcosa che implica il mettersi in questione, o quando si sente che riconoscere e ammettere la verità costerebbe qualcosa.

Perché non si affronta subito la realtà (presentando subito il messaggio)?

Risposta: Perché queste resistenze interiori impedirebbero - nel caso si presentasse subito la realtà - di assumere un atteggiamento imparziale e disinteressato.

Attraverso questo passaggio, dal reale al fittizio, implicante un mascheramento, si mette in condizione l’interlocutore di osservare e giudicare con libertà e imparzialità.

3. Effetto parabola

Il passaggio dal fittizio al reale, che costituisce l’asse portante della struttura di una parabola, non è un artificio puramente letterale ma ha una sua funzione precisa e ben determinata. Il parabolista che costruisce il racconto fittizio induce l’interlocutore ad esprimersi, a prendere posizione e a formulare un giudizio che, come già detto, è ben presente nella mens dell’autore. il trasferimento ora si inverte: dal fittizio si ritorna al reale e il giudizio emesso viene attribuito alla vicenda attuale. L’effetto parabola consiste proprio nell’impossibilità dell’interlocutore di sottrarsi alla valutazione imparziale che lui stesso aveva emesso.

4. La comprensione di una parabola

La comprensione di una parabola, che culmina in una illuminazione istantanea, include vari momenti distintivi:

  1. capire il racconto;
  2. coglierne la pointe (il punto culmine), pronunciando un’opinione-giudizio (cfr. 2Sam 12, 5: "Quell’uomo è degno di morte");
  3. cogliere la complementarietà tra la vicenda fittizia e quella reale, in modo da poter trasferire dall’una all’altra, il giudizio già pronunciato.

Segue quindi l’"effetto sorpresa", che scatta appena ci si rende conto di essere interpellati o coinvolti in prima persona in qualcosa che implica il mettersi in questione.

E’ quindi un procedimento di tipo argomentativo, che implica un mascheramento per impedire che l’interlocutore sia messo subito direttamente di fronte la realtà che lo coinvolge.

Per poter funzionare il racconto deve portare una precisa valutazione e non un’altra; inoltre deve avere sì un mascheramento, una certa differenza con il reale, ma deve altresì possedere sufficiente somiglianza.

Si dice che la parabola ha un solo "punctum comparationis" (punto culminante da paragonare tra fittizio e reale): si vuole dire che non tutti gli elementi della vicenda fittizia vanno trasferiti in quella reale (ce ne sono di eccedenti: cf. in 2Sam 7 Davide non è ladro di bestiame; per la parabola del granello di senapa [Mc 4,30-32] non è importante il sapore o il colore; nella parabola del ladro l’aspetto in questione è solo l’imprevedibilità non certo la disonestà); se tutto fosse trasferibile tra le due situazioni non ci sarebbe solo corrispondenza strutturale ma addirittura identità, non si avrebbe il "mascheramento", che è indispensabile al funzionamento della parabola.

Ciò non implica necessariamente che i singoli elementi non abbiano valore, ma solo che non hanno valore autonomo, valgono per il rapporto che scaturisce dalla loro correlazione.

Infatti nella parabola del granello di senapa il punto da trasferire non è la piccolezza iniziale, né la grandezza finale, bensì il rapporto dinamico che le collega; altresì nella parabola del tesoro e della perla (Mt 13, 44-46): oltre al ritrovamento è indispensabile la vendita di tutti i beni.

La parabola non intende trasmettere un significato, altrimenti se ne potrebbe fare a meno e spiegare senza mascheramenti, ma vuole sortire un effetto.

BIBLIOGRAFIA: V. FUSCO, Oltre la Parabola, Roma 1983.

5. Evoluzione delle parabole: dal Gesù storico al redattore del vangelo

Leggendo le parabole occorre tener conto che originariamente Gesù si rivolgeva quasi sempre ad un pubblico misto (discepoli, folla, scribi e farisei, ecc.). In seguito esse vennero usate nella catechesi della chiesa nascente (per poi confluire nel vangelo scritto), e furono quindi proposte a dei cristiani, o comunque a credenti in Gesù, subendo quindi un cambiamento di "pubblico" e quindi di prospettiva.

Facciamo un esempio: la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14):

9 Disse poi un'altra parabola per alcuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri:

10 "Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.

11 Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.

12 Io digiuno due volte alla settimana e offro la decima parte di quello che possiedo".

13 Il pubblicano invece si fermò a distanza e non osava neppure alzare lo sguardo al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, sii benigno con me, peccatore".

14a Vi dico che questi tornò a casa giustificato, l'altro invece no,

14b perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".

Al tempo del Gesù storico il fariseo agli occhi degli ascoltatori rappresentava generalmente un modello di vita religiosa da imitare (nella chiesa nascente invece, e sempre più fino ai nostri giorni, è diventato sinonimo di "ipocrita"); il pubblicano (colui che riscuoteva le tasse per conto dei romani-oppressori), era invece considerano un furfante sfruttatore e peccatore incallito.

Quindi con buona approssimazione possiamo individuare quali parti della parabola lucana risalgono al Gesù storico (vv.10-14a), e quali invece rappresentano l’introduzione (v.9: Luca probabilmente ha di fronte a sé una comunità in cui ci sono dei cristiani che si sentono a posto e giudicano peccatori gli altri) e l’interpretazione dovute al redattore (v.14b, l’applicazione alla comunità, che riguarda l’atteggiamento giusto o sbagliato da tenere davanti a Dio, specialmente nella preghiera).

Per capire il senso che la parabola aveva per il Gesù storico occorre prescindere dall’introduzione e interpretazione-applicazione del redattore (vv.9 e 14b) e ricollocarsi nel Sitz im Leben (ambientazione originaria) del Gesù storico: possiamo allora riuscire ad immaginarci quale effetto-sorpresa, se non un vero e proprio scandalo, devono aver suscitato

le parole di Gesù negli ascoltatori: Il peccatore incallito, ma cosciente della sua totale dipendenza dalla grazia, viene dichiarato gradito a Dio, che invece rifiuta la salvezza al fariseo, al "giusto" che si era sforzato con tutte le sue forze di osservare anche in eccedenza i comandi e i precetti divini!

Il messaggio che Gesù voleva comunicare è che non ci si può salvare con le proprie forze o esibendo le buone opere fatte, ma vivendo la dipendenza totale dalla grazia di Dio, cioè nell’atteggiamento giusto che rende onore a Dio che ama poter dare gratuitamente a chi non ha.

BIBLIOGRAFIA: G. Rossé, I Vangeli. Chi li ha scritti, perché, come leggerli, Roma 1994

 

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