La soteriologia di Paolo – Il paradosso della croce

Ai primi cristiani fu subito chiara la fecondità della morte di Gesù, che andava oltre l’orizzonte puramente umano. Partendo dall’evento pasquale, Paolo illustra con svariati termini la salvezza “per noi”.

 

Nella Chiesa nascente una cosa fu da subito chiara: la morte di Gesù aveva una fecondità “per noi” che andava ben oltre la pura esemplarità morale di chi dà la vita per una buona causa, magari in difesa della giustizia o della verità, e anche oltre la portata positiva di una morte eroica-martiriale di un giusto che dà la vita a favore di altri (cf 2Mac 7,37-38; Rm 5,7). Questo “oltre” era in stretta connessione con ciò che per i credenti in lui rappresentava la persona stessa di Gesù: il suo vissuto, fino al momento culminante della fede, testimoniava che in lui c’era più di un profeta, e anche la sua messianicità non era limitata a un orizzonte unicamente terreno.

Tra gli autori del Nuovo Testamento che più danno spazio alla valenza salvifica della morte di Cristo “per noi” spicca senz’altro Paolo: alla base della sua soteriologia c’è essenzialmente l’evento pasquale.

Nelle sue lettere egli fa uso di una vasta gamma di termini metaforici per illustrare la portata salvifica di tale morte: “redenzione”, “riscatto”, “giustificazione”, “riconciliazione”, “espiazione”, ecc.; nessuno preso da solo sarebbe in grado di esprimerne la insondabile ricchezza; per poterli interpretare correttamente è opportuno tener presente che essi sono utilizzati più per indicare l’effetto finale, benefico “per noi”, di tale morte (e risurrezione: l’una non va senza l’altra, cf Rm 4,25; 8,34; 14,9; 1Ts 4,14; 1Cor 15,3-4; 2Cor5,15; 13,4) che per descrivere il come del processo che porta a tale effetto.

D’altra parte è innegabile che la controparte negativa di tali categorie concettuali è costituita essenzialmente dal peccato (o “i peccati”); perciò quelle categorie salvifiche si relazionano logicamente alla particolare prospettiva da cui si guarda al peccato in quel contesto. Semplificando si potrebbe dire che quanti sono gli aspetti del peccato, altrettanti sono quelli della redenzione.

           Morto a causa dei peccati

Il primo passo da prendere in considerazione è 1Cor 15,3a-5, e in particolare l’espressione «Cristo morì per i nostri peccati». La tradizione che ha trasmesso questa confessione di fede riportata da Paolo – in base al probabile riferimento in Is 53 (il Servo di Dio la cui sofferenza e offerta della vita è volta all’eliminazione del peccato di molti) – concepisce la morte di Gesù come un morire a causa dei peccati di altri (“noi”); da questo punto di vista la sua morte ha una valenza espiatoria-vicaria. A ben vedere però questo modo di esprimersi non coincide esattamente con la modalità in cui Paolo preferisce invece parlare del valore salvifico della morte di Gesù (e lo si constata in altri brani dove non riporta tradizioni precedenti), che resta più aperta e comprendente la totalità della persona beneficata: il pro nobis tipico paolino è connotato in modo più personalistico, è piuttosto un “a favore di” / “a vantaggio di” persone.

Già all’inizio della stessa lettera, aveva evidenziato che al centro della predicazione evangelica c’è il paradosso della croce, la morte di donazione di donazione a Cristo: «La parola della Croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1,18). Paolo chiarisce che tale via scelta da Dio per salvare gli uomini va oltre ogni possibilità umana di immaginazione (1Cor 1,23.24; cf Is 55,8), e tuttavia intende mostrare che l’Evangelo, con al centro la “parola della croce”, ha le sue fondamenta nel passato d’Israele, esso era stato preannunciato, testimoniato nelle scritture (Rm 1,2; 3,21, cf 15,4; Gal 3,8), che di fatto proprio ora, attraverso l’evento pasquale, ricevono nuova illuminazione.

Oltre al già citato «secondo le Scritture» di 1Cor 15,3s), in Gal 3,13 egli riprende addirittura un passo biblico che di per sé costituiva una formidabile obiezione alla messianicità di Gesù («maledetto chiunque è appeso sul legno»; cf Dt21,23) per affermare che paradossalmente è proprio prendendo su di sé la maledizione che Cristo ha ottenuto per noi la liberazione dalla maledizione, labenedizione per i gentili e il dono dello Spirito per tutti.

           La riconciliazione

In 2Cor 5,21 troviamo uno dei tentativi più arditi e penetranti di spiegare la modalità inaudita e paradossale con cui Dio rende giusto il peccatore attraverso la morte di Cristo: «Colui che non aveva conosciuto peccato, [Dio] lo fece peccato per noi, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui». Dio ha reso Cristo “peccato”, nel senso che così è apparso sulla croce, in quanto identificato con l’umanità sotto il potere del peccato; in questo modo ha reso noi «giustizia di Dio», cioè giusti della sua giustizia.

Appena prima, per descrivere la valenza salvifica della morte di Cristo per noi, Paolo aveva parlato della riconciliazione (2Cor 5,18-20), un concetto molto rilevante ed esclusivamente suo in tutto il NT (cf anche Rm 5,10-11). Diversamente dall’uso religioso extra-biblico del termine – che veicolava l’immagine di un Dio che bisognava riconciliare, rendere di nuovo propizio nei confronti degli uomini che con le loro malefatte lo avevano incollerito – Paolo introduce una correzione decisiva: non sono gli uomini che devono provvedere a placare Dio, ma è il contrario, è Dio con la sua grazia a prendere l’iniziativa e riconciliare gli uomini a sé; essi devono solo “lasciarsi riconciliare”.

           L’espiazione

Il concetto di espiazione applicato alla morte di Gesù in Paolo è presente esplicitamente soltanto in Rm 3,25, nel brano dove viene presentato l’Evangelo paolino della giustificaione per fede (3,21-26). Qui troviamo l’unica ricorrenza del termine hilasterion, che può rimandare al rito di espiazione di Lv 16 o, forse più probabilmente, alla valenza espiatoria della morte dei martiri giudei (cf 2Mac7,37ss.; in 4Mac 17,20-22 compare il termine).

Ai vv. 25-26 si afferma che Dio dimostra la sua giustizia (v. 25c) nella morte di Gesù (v. 25b: «nel suo sangue»), che assume una funzione espiatrice (v. 25°:hilasterion, “mezzo di espiazione”) per la remissione dei peccati (v. 25d). Anche qui non si tratta di placare un Dio irato attraverso un sacrificio di espiazione da parte dei colpevoli, ma è lui a offrire ad essi la grazia dell’espiazione.

           La redenzione

In questo brano, al v. 24, troviamo anche il termine redenzione («giustificati gratuitamente con la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù»), vocabolo tratto dalla sfera sociale (in Paolo ancora in Rm 8,23 e 1Cor1,30), che sottende l’idea del rilascio di prigionieri di guerra o di schiavi dietro pagamento di un riscatto, e che in ambito biblico rimanda agli eventi di liberazione sperimentati dal popolo d’Israele; in Paolo l’accento specifico cade sull’aspetto della liberazione dal peccato (o dai “peccati”; cf anche Col 1,14: «Nel quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati»; Ef 1,7), come viene poi chiarito nel successivo v. 25, dove troviamo la metafora cultuale già considerata.

Il pro nobis di tutta l’esistenza del crocifisso-risorto, che in pratica fa da sfondo a tutta la soteriologia paolina, non va limitato alla remissione dei peccati (cf i concetti connessi di espiazione, redenzione, riconciliazione, ecc.) in cui si punta all’eliminazione di ciò che è negativo e che ostacola la relazione, ma va estesa ai concetti positivi di benedizione, grazia, dono dello Spirito, partecipazione, nuova creazione, figliolanza; il concetto di giustificazione si pone in qualche modo nel mezzo, e quello di partecipazione o “incorporazione” si prospetta come effetto finale: mediante il battesimo, il sacramento della fede, i credenti sono innestati in Cristo, nella sua morte e risurrezione (cf Rm 6,1-11), diventando il suo corpo presente nel mondo (cf 1Cor 12,27), destinati alla risurrezione finale, pienezza della salvezza.

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